Cosa significa "intensivo", in che modo affama e avvelena il mondo e perché il "biologico" rappresenta la soluzione

“L'uomo è ciò che mangia”, diceva il filosofo tedesco Ludwig A. Feuerbach. In
realtà non è del tutto vero, ben altre cose, oltre al
cibo, concorrono a determinare ciò che siamo. Comunque, il
vecchio Ludwig una buona fetta della verità l’ha intuita: quello
che mangiamo, in che quantità, con quale frequenza e in che modo influisce
molto sulle persone che siamo e che saremo. E il punto è proprio questo: noi,
oggi, lo sappiamo cosa mangiamo?
Il modo in cui produciamo il
nostro cibo è cambiato molto nel corso dei secoli,
soprattutto negli ultimi 70 anni, e con esso anche il modo di consumarlo.
Oggi non esiste quasi più il contatto diretto fra produttore e
consumatore, siamo abituati ad entrare in un supermercato
e lì dentro, in un colpo solo, trovare di tutto, in qualsiasi giorno dell’anno,
in maniera garantita. Se non fosse per le etichette (a cui
comunque badano in pochi), nessuno di noi avrebbe la minima idea su da dove
viene quel cibo, chi lo ha prodotto e in che modo. Tutto questo non è per
colpevolizzare i supermercati, che anzi offrono un gran servizio.
È per dire che ci sono persone che di questo “contatto perduto” ne
approfittano per fare miliardi mentre ci servono il veleno in
tavola.
Il sistema di produzione
intensivo si vanta di aver “risolto” il problema della carestia, della
fame e delle malattie, ma nei fatti il monopolio della produzione è concentrato
nelle mani di poche aziende, il cibo prodotto finisce a vantaggio
di metà della popolazione e, inebriati da tutto questo potere,
questi “giganti” del cibo applicano metodi per produrre e guadagnare
sempre di più. Se poi questi metodi implicano l’uso di sostanze che devastano
l’ambiente e fanno ammalare la gente pazienza, è un “male necessario”.
Necessario per il loro portafogli, però.
Ma come siamo arrivati a tutto
questo?
L’agricoltura dalle origini ai
giorni nostri
Intorno a 11.000 anni fa
inizia a concludersi l’ultima Epoca Glaciale, il clima si fa più
mite, si alternano più spesso stagioni secche e umide e tutto ciò favorisce le cosiddette
“piante annuali”. La prevedibilità della loro crescita e
l’abbondanza di cibo che deriva dai loro raccolti fanno sì che, in certe aree
del mondo, le comunità nomadi di cacciatori-raccoglitori inizino
a stabilire i primi villaggi intorno ai primi campi
coltivati.
Si pensa che l’agricoltura sia
sorta indipendentemente in questo modo in almeno 11 regioni
del mondo fra Europa, Asia, Oceania, Africa e Americhe. I Sumeri
fanno uso di sofisticati canali di irrigazione già nell’8000 a.C. e, nello
stesso periodo, gli Egizi sfruttano le piene periodiche del Nilo,
il suolo fertile e l’aratro in legno per dare il via ad una prima agricoltura
su larga scala. Gli indigeni australiani e del Nord America fanno
uso di incendi controllati per prevenire incendi naturali più ampi e accrescere
la fertilità dei terreni, mentre gli Aztechi del Mesoamerica si
servono di terrazzamenti e chinampas.
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Aratro tirato da buoi nell'Antico Egitto, dipinto dalla camera funeraria di Sennedjem, c. 1200 a.C. (da "Wikipedia") |
Il Mondo Arabo di
avvale della rotazione biennale delle colture e del maggese
già intorno al 6000 a.C. e, dall’VIII secolo, con la Rivoluzione Agricola
Araba, introduce nuove colture e nuovi metodi come la noria, mulini ad
acqua, dighe e bacini idrici. Tutte novità che vengono importante anche nell’Europa
del Medioevo, dove intanto si realizzano gli aratri in metallo,
si impiegano nuovi finimenti per gli animali da tiro, si introducono i mulini a
vento e si passa alla rotazione triennale delle colture. Quando
poi si aprono i commerci con le Americhe, il guano
importato dal Perù inizia ad essere usato in dosi massicce come fertilizzante,
mentre nelle piantagioni di patate nel Colorado si sperimenta un
composto dell’arsenico come primo pesticida della
storia.
Si arriva così al XVI
secolo, e la popolazione mondiale ha già conosciuto un forte aumento,
maggior disponibilità di cibo, una dieta più ricca, un aumento del tasso di
natalità e una diminuzione di quello di mortalità. Ma da qui al XIX
secolo, a partire dall’Inghilterra, vengono anche
introdotti la rotazione quadriennale, l’allevamento selettivo del
bestiame, fertilizzanti ancora più efficaci come l’azoto, il
fosforo o il potassio, e macchine agricole come seminatrici,
trebbiatrici e, nel 1892, il primo trattore a benzina.
Già nei primi decenni del
XX secolo vengono concepite nuove macchine come
trapiantatrici e mietitrebbiatrici, e la sintesi del nitrato di ammonio
porta a una svolta nell’uso dei fertilizzanti. Finché arriviamo al periodo fra
gli anni ’40 e ’70, quello della cosiddetta “Rivoluzione
Verde”, che influenza il modo in cui viene concepita l’agricoltura
ancora oggi: nuove tecniche di irrigazione che riducono la
dipendenza dalle stagioni, nuovi macchinari per automatizzare
ulteriormente i processi, elevato utilizzo di prodotti fitosanitari e
fertilizzanti chimici per controllare meglio malerbe, insetti e
nutrienti del suolo, e infine ingegneria genetica per produrre
piante più resistenti, durevoli e a resa più elevata.
Che cosa significa coltivare
in maniera “intensiva”?
Come abbiamo visto brevemente, il
modo di fare agricoltura di oggi non è sempre esistito, e non è
nato dall’oggi al domani, ma è il frutto di studi e scoperte
fatti in vari ambiti nel corso di millenni di storia umana. Come tante altre cose, insomma, l'agricoltura si è evoluta nel tempo, passando da una di tipo “artigianale”, esclusivamente organica, pensata per lo più per rispondere al fabbisogno locale, a una di tipo industriale:
molta energia viene immessa dall’esterno sotto forma di
tecnologia, meccanizzazione, prodotti fitosanitari, fertilizzanti, ingegneria
genetica, e molta energia è quella che si vuole ottenere, sotto
forma di altissime rese, tempi brevi e bassi costi.
Ma tutto ciò in pratica come si
traduce?
Tralasciando i macchinari,
che è facile intuire in cosa consistono e a quali vantaggi portano, tanto per
cominciare viene fatto un largo uso di monocolture: non più (o
raramente) rotazioni biennali, triennali o quadriennali dei terreni, con una
parte di essi lasciata a riposto (maggese) per consentire il ripristino dei
nutrienti, ma piuttosto vaste zone destinate alla coltura di un’unica
specie vegetale, da ripetere di volta in volta senza maggese,
con metodi del tutto standardizzati. Tutto questo è
reso possibile dall’utilizzo di poche varietà di colture molto produttive
(O.G.M.) e di fertilizzanti e fitofarmaci in
“quantità industriale” (è proprio il caso di dirlo); il risultato ovvio di
coltivare in questo modo è che si ottengono rese altissime in tempi
contenuti, come nel caso di mais, grano, o soia,
i più tipici esempi di monocolture.
I fertilizzanti, in
generale, vengono utilizzati per creare, ricostruire, conservare o aumentare la
fertilità del terreno. Alcuni arricchiscono il terreno in nutrienti (concimi),
altri ne modificano le proprietà fisiche (ammendanti), altri
ancora quelle chimiche (correttivi). Ovviamente esistono fertilizzanti
naturali come il letame, ma in una logica industriale quelli chimici
(e quindi artificiali) sono di sicuro più efficienti e sempre
disponibili in grandi quantità. Ed ecco allora, per esempio, che si
aggiungono nitrati per fornire l’azoto (perché vengono assorbiti
più velocemente dalle piante), oppure regolatori di pH per
raggiungere e mantenere sempre il livello ottimale di acidità o basicità del
terreno per una certa coltura.
Da che mondo è mondo, esiste la competizione
fra esseri viventi per la sopravvivenza. Il regno vegetale non fa
eccezione, per cui ecco che le piante si trovano a competere con altre
piante, con funghi, con animali o con microrganismi. Per evitare che questa competizione
sfoci nella distruzione delle coltivazioni, si utilizzano prodotti
fitosanitari, detti anche “agrofarmaci”, “fitofarmaci”, o "pesticidi", cioè composti
chimici pensati per eliminare o prevenire la comparsa di acari,
batteri, funghi, insetti, erbe infestanti, alghe, molluschi o roditori. In più
ne fanno parte i fitoregolatori, cioè sostanze che hanno lo scopo
di modificare alcuni processi biologici delle piante come
crescita, radicazione, geminazione, taglia, fioritura o fruttificazione. In
Italia, il loro utilizzo è regolato dal Ministero della Salute
sulla base di direttive europee, ed è richiesto il possesso di uno
specifico “patentino” per poterli maneggiare.
Le scoperte nel campo della
genetica hanno permesso lo sviluppo dell’ingegneria genetica e
quindi la produzione dei famosi O.G.M. (Organismi Geneticamente
Modificati). Già adesso mi immagino sopracciglia che si inarcano,
alzate di spalle, capi che scuotono o bocche che fanno versacci, ma non è
questo il momento di discutere su quanto siano un bene o un male. Ciò che
importa ora è che sono state create (e vengono utilizzate) delle varietà
particolari di piante, le cosiddette “varietà ad alta resa”, o “semi
miracolo”: per farla semplice, si potrebbero definire come delle piante
dotate di “superpoteri”, come una maggior capacità di assorbimento di
nitrati, taglia contenuta ma allo stesso tempo resa più elevata,
resistenza a condizioni climatiche avverse, o conservazione
più duratura (per facilitare l’esportazione).
I “vantaggi” dell’agricoltura
intensiva
Chi si schiera a favore di questo
modello di agricoltura sostiene, per esempio, che sia indispensabile per
riuscire a sfamare la popolazione mondiale, una che oggi conta circa 7
miliardi di persone e che, al 2050, ne potrebbe contare circa 10 miliardi. Le tecniche
tradizionali non facevano largo uso di agrofarmaci e fertilizzanti, c’era
una scarsa conoscenza della fisiologia delle piante, nessun miglioramento
genetico, quindi era impossibile avere grandi produzioni, costi
ridotti e quantità capaci di soddisfare la domanda. Senza
contare che ampie coltivazioni (per aumentare la produzione) e
tecniche come il maggese erano praticabili un po' ovunque perché
la popolazione era meno numerosa, il che voleva dire domanda, densità e
urbanizzazione più basse.
Grazie alle tecniche introdotte con
la Rivoluzione Verde, invece, si riesce ad avere produzioni
molto più elevate, quindi più disponibilità di cibo, prezzi
più bassi, possibilità di coltivare in zone sfavorevoli
e, allo stesso tempo, si occupa meno superficie e si forniscono
prodotti con qualità nutrizionale più alta. Vedi il caso dell’India:
grazie allo sviluppo di oltre 1000 varietà di riso più produttive e con tempi
di maturazione più brevi, la produzione è passata da 1,5t/ettaro alla fine
degli anni ’60 a 3t/ettaro nel 2000. Risultati analoghi ci sono stati nelle Filippine,
in Indonesia e o nel Vietnam, passati da
importatori a esportatori di riso in appena 20 anni dal 1960 al 1980. Globalmente,
si è passati da una produzione di 207kg/pro capite di cereali nel 1965,
a 275kg nel 2005; da un consumo di calorie di 1891kcal nel 1981, a
2695kcal nel 2003. L’aspettativa di vita è
aumentata, la mortalità infantile si è ridotta e, specie nell’Asia
dell’est e del sud-est, la sottonutrizione è scesa dal 43% al 13%
fra gli anni ’70 e ’90.

La concimazione organica
sarà pure più genuina, ma non può essere efficacie come
quella chimica, da cui il problema della produzione e di sfamare la
popolazione crescente. Quanto al fatto di impoverire il terreno,
questo poteva essere vero nel caso di terreni che hanno un pH “anomalo” già di
loro natura, ma attualmente il problema non sussiste più in
quanto viene fatto uso di concimi neutri.
Negli anni ’60-’70 i residui
di pesticidi nel cibo non si misuravano affatto, negli anni ’80-’90 si
riusciva a misurare concentrazioni di 1mg/kg, oggi si arriva a 1mg/t; è perché sono
migliorate le tecniche di rilevazione, quindi, che sembra che i residui
siano sempre più alti, non perché effettivamente lo sono. I metodi
naturali alternativi ai fitofarmaci, comunque, agiscono troppo lentamente,
affidandosi solo a quelli sarebbe impossibile garantire la presenza di ogni
tipo di frutta e verdure sugli scaffali dei supermercati. L’agricoltura
biologica, poi, vanta la possibilità di non fare alcun utilizzo di
prodotti fitosanitari, me nei fatti utilizza i sali di rame e le piretrine, "tossici" anche quelli.
Inoltre, se si riducesse o
eliminasse del tutto l’applicazione di queste tecniche,
per mantenere una produzione capace di sfamare il mondo sarebbe necessario estendere
le coltivazioni, il che significherebbe maggior deforestazione
per far spazio ai campi e quindi maggior inquinamento
atmosferico.
Insomma, secondo i sostenitori
dell’intensivo, passare al biologico vorrebbe dire inquinare di più, i
consumatori credono di essere avvelenati dal cibo “convenzionale” quando anche
quello biologico non è un toccasana, e di O.G.M., fitofarmaci e fertilizzanti
sintetici non si può proprio fare a meno se si vuole continuare ad avere il
cibo nel piatto. Ma sarà vero?
Gli svantaggi dell'agricoltura intensiva: il gioco non vale la candela
1) Deforestazione e inquinamento atmosferico
Ad oggi, si stima che il 40%
di tutta la superficie terrestre sia occupato da attività
agricole e da allevamenti. Per arrivare a questo “fantastico”
risultato, l’agricoltura intensiva si è dovuta macchiare della
colpa di rappresentare la causa dell’80% della deforestazione globale,
perpetrata soprattutto in Paesi in Via di Sviluppo. Secondo l’organizzazione
non governativa internazionale “Grain”, infatti, tra il 2008 e il 2014
investitori stranieri si sono accaparrati circa 56 milioni di ettari di
terra fra Filippine, Papua Nuova Guinea, Indonesia e soprattutto Africa
sub-sahariana, dove l’instabilità di governi locali ha reso molto
semplici attività di acquisizione e sgombero di terreni. Tanto per rendere l’idea
di che dimensioni stiamo parlando, considerata che fra il 1990 e il 2005,
fra Malesia e Indonesia, sono stati deforestati “appena” 2.8
milioni di ettari, e già così si tratta di un’area più vasta di tutto
il Piemonte.
I sostenitori dell’intensivo non
fanno altro che gracchiare che tutto ciò è necessario per sfamare la
popolazione mondiale, ma in realtà o non è così, o lo è solo
indirettamente. Come evidenziato dal rapporto “Corporations, Commodities, and
Commitments that Count”, pubblicato nel marzo 2015 dall’organizzazione “Supply-Change”,
2/3 delle deforestazioni tropicali hanno lo scopo di far spazio a
coltivazioni di olio di palma, coltivazioni di soia,
oppure a pascoli. In altre parole, significa che gran parte delle
coltivazioni viene destinata a diventare foraggio per animali,
spesso rinchiusi in allevamenti intensivi che, a loro volta, sono
colpevoli di altra deforestazione. Il classico “cane che si morde la coda”,
insomma.
Tutto questo si traduce allora in
estinzioni di specie animali e vegetali senza precedenti, espulsione
di popolazioni locali e contributo al cambiamento del clima.
In che modo? Tenete presente che le foreste riescono
a catturare 1/3 della CO2 rilasciata ogni anno dalla
combustione di gas, petrolio e carbone; i componenti di molti fitofarmaci consistono
in derivati del petrolio; fertilizzanti e pesticidi sono responsabili del 15% delle emissioni di polveri fini; la produzione su larga scala e il
mercato globalizzato rendono necessari macchinari, processi industriali e trasporti
intercontinentali; come ho appena detto, la maggior parte delle colture
ha il solo scopo di ingrassare gli animali da allevamento intensivo, a sua volta terzo produttore di gas serra mondiale. Per
tutti questi motivi, diretti o indiretti, si stima quindi che l’agricoltura intensiva da sola sia la causa del 25%
delle emissioni globali di gas serra.
2) L’acqua viene sovrasfruttata e
inquinata da fertilizzanti e fitofarmaci
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Eutrofizzazione del fiume Potomac, USA (da "Wikipedia") |
Come ho spiegato poco più in su,
in agricoltura intensiva non ci si può permettere di attendere
che il terreno ripristini i suoi nutrienti nei modi e nei tempi
naturali, perciò viene “drogato” di fertilizzanti in modo che
questi nutrienti siano sempre e subito disponibili. Uno dei tanti effetti
negativi di questo atteggiamento è la cosiddetta eutrofizzazione delle
acque, cioè l’eccessiva presenza di nutrienti come azoto,
fosforo e zolfo all’interno di corpi d’acqua come fiumi, laghi, o mari. Può sembrare
un bene che l’acqua sia ricca di nutrienti, ma in natura tutto è equilibrio,
perciò come si hanno effetti negativi se di nutrienti ce ne sono pochi, così se
ne hanno se ce ne sono troppi. Cioè? Alghe microscopiche prolificano
sulla superficie, limitando il passaggio della luce e il discioglimento
di ossigeno dall’aria, causando la morte di piante che
vivono sott’acqua; quando le alghe muoiono, vengono decomposte da batteri
aerobici, cioè che utilizzano ossigeno per compiere questa
decomposizione; la concentrazione di ossigeno, quindi, si riduce,
causando la morte di pesci e altri animali; se il gas scompare
del tutto, entrano in gioco batteri anaerobici a decomporre le
alghe, che però liberano CH4 e CO2 con la
loro digestione; la decomposizione delle alghe, inoltre, libera in acqua neurotossine
e epatotossine letali per altri organismi.
Tutto questo, fra le altre cose, intorbidisce
l’acqua e rilascia cattivi odori, uccide specie di pesce
di interesse commerciale e intossica esseri umani tramite
l’ingerimento dell’acqua stessa o di molluschi. Vi chiedete dov’è che si
possono trovare situazioni simili? In laghi di tutto il mondo, più o meno, secondo
una ricerca condotta dalla ILEC (International Lake Environment Committee) fra
il 1988 e il 1993, cioè in Asia (54% dei laghi), Europa (53%), Nord America
(48%), Sud America (41%) e Africa (28%). Certo, di sicuro questo fenomeno può
avere anche delle cause naturali, ma si parla di processi così
lenti da avvenire su scale di tempi geologici. Questa eutrofizzazione estesa,
invece, è riconosciuta come un problema inquinamento a partire appena dagli
anni ’50 (guarda caso il periodo della Rivoluzione Verde),
e infatti si ritiene che il deflusso di acque da coltivazioni
rappresenti la sua causa principale.
Dei fitofarmaci
utilizzati e dei loro effetti parlerò meglio fra qualche riga, ma adesso posso
già dire che anche questi contribuiscono all’inquinamento delle acque.
L’ultimo “Rapporto nazionale pesticidi nelle acque“ realizzato da
ISPRA, agenzie ARPA e agenzie APPA nel 2016, ha rinvenuto
pesticidi nel 67% delle acque superficiali
e nel 33.5% di quelle sotterranee analizzate in tutta
Italia. Per le acque superficiali, in alcune regioni come Friuli, Alto
Adige, Piemonte e Veneto, si toccano percentuali anche del 90%,
che “scendono” a 80% in Emilia e Toscana e al 70%
in Lombardia e Trentino. Ben 259 sono state le sostanze
rinvenute, con una media di 5 sostanze per campione, ma
con alcuni che ne hanno fatti rilevare fino a 55 in una volta
sola.
Tanto per non farsi mancar nulla,
poi, si stima che l’agricoltura intensiva rappresenti il 70% del consumo
di acqua dolce sul pianeta. L’acqua utilizzata per l’irrigazione,
nel grosso dei casi, proviene da sorgenti, pozzi che attingono a falde
sotterranee, fiumi, oppure laghi. In linea
di massima nulla di male, ma come al solito è lo sfruttamento intensivo
a fare la differenza, con conseguenze innumerevoli:
1)
Lo svuotamento delle falde acquifere
causa fenomeni di subsidenza, cioè uno sprofondamento del terreno
che può arrivare anche a una decina di metri, oppure fenomeni di intrusione
di acqua marina. Senza contare che può portare all’esaurimento della
falda, quindi danno economico e obbligo di cercare un’altra riserva d’acqua
o un metodo di irrigazione alternativo.
2)
La portata dei fiumi a valle viene ridotta,
il che significa maggior erosione delle coste (perché si riduce l’apporto
di sedimenti dal fiume), intrusione di acqua marina nei delta e
negli estuari, e danni all’attività di pesca (molti pesci muoiono
per insufficienza d’acqua o perché cambiano le condizioni di salinità).
3)
L’irrigazione eccessiva può far salire il
livello delle falde acquifere fino alla superficie, con la conseguenza
di allagamenti, acqua stagnante (in cui prolificano
insetti e batteri portatori di malaria, filariasi, dengue, febbre gialla),
oppure aumento della salinità del suolo (da cui maggior erosione
del suolo e crescita delle piante compromessa).
3) Le monocolture desertificano i terreni, facilitano infestanti e mettono a rischio il fabbisogno di cibo
Il fatto stesso di coltivare a monocolture,
in più spruzzandole pesticidi di ogni sorta per evitare
l’attacco di erbe e parassiti, con l’andare del tempo fa sì che si ottenga
esattamente l’effetto opposto: secondo uno studio pubblicato
sulla rivista “Nature” nel 2002, sono sufficienti uno o
due decenni perché comincino a comparire specie di erbe e insetti
specializzati e resistenti ai fitofarmaci usati fino a quel momento.
Con il risultato che, spesso, i coltivatori pensano di risolvere il problema
con un mix di fitofarmaci, nuove sostanze più efficaci, o nuove varietà O.G.M.
resistenti ai nuovi infestanti.
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| Ruggine del grano (da "Wikipedia") |
Per non parlare dei danni
alimentari ed economici. Soprattutto a partire dalla Rivoluzione Verde,
che ha introdotto poche varietà di colture in tutto il
mondo e geneticamente identiche, l’intera umanità fa
affidamento solo su 9 specie vegetali (su 6000 disponibili) per il 66% della produzione agricola. Il
rischio di tutto ciò è che, se compare un nuovo infestante che
colpisce una certa varietà, vengono distrutte intere colture di
un paese o perfino nel mondo. Vedi quel che è successo fra gli anni ’50 e
’60 negli Stati Uniti, quando la varietà “Gros Michel” di
banana (unica consumata in tutta la nazione) è stata decimata dal fungo “Fusarium
wilt”; oppure ne 2009, quando il fungo della ruggine
del grano ha distrutto le colture in Kenya e Uganda per poi diffondersi
in Asia.
Tenete presente che la maggior
parte delle coltivazioni che ci garantiscono il cibo in tavolo utilizza non più
di un metro di profondità di terreno, e che 2.5cm di suolo
impiegano circa 500 anni prima di riformarsi. Ma, come affermato
in occasione della COP21, dalle Nazioni Unite e dall’ISPRA, il 33% delle
terre coltivabili è stato distrutto nell’arco di 40 anni
e il tasso di erosione del terreno, attualmente, è di 10-40
volte superiore a quello di rigenerazione. Come mai tutto questo? Una
parte della colpa va ai metodi di irrigazione, come ho spiegato poco più su, e
un’altra parte alle stesse monocolture e ai fertilizzanti sintetici: se su uno
stesso terreno si coltiva sempre la stessa varietà e senza maggese, i nutrienti
naturali del suolo si consumano; per ovviare al problema
si bombarda di fertilizzanti, ma spesso la gran parte finisce dilavata
nelle acque più che assorbita dalle piante; e così, a lungo andare, il terreno
perde nutrienti, non ci cresce più niente, si secca e viene eroso
da aria e da acqua.
Alcuni dei tanto acclamati “semi
miracolo” hanno una resa elevata soltanto se associati a grandi
quantità di acqua, fertilizzanti e fitofarmaci, altrimenti sono le varietà
tradizionali locali a dare i risultati migliori. Prendi il caso dell’Asia,
dove, sempre secondo lo studio del 2002 pubblicato su “Nature”, la resa
del riso e del mais è rimasta pressoché invariata fin da 1966.
O il caso dell’India, dove già nel 1944 le varietà
di riso indigene “Modko” e “Chinnar” avevano rese di oltre
4000kg/ettaro (quelle introdotte dalla Rivoluzione Verde si attestano
su ca. 3700kg/ettaro).
Infine, sappiate che il “miracolo”
dei “semi miracolo” consiste anche nel fatto che è stato possibile creare
piante che fossero molto produttive non tanto in generale, ma per
parti specifiche della pianta stessa: le varietà “miracolose” di granturco,
per esempio, sviluppano molto di più la pannocchia rispetto alle foglie o al
fusto, perché solo la prima è di interesse commerciale. Nel caso delle monocolture
di alberi, questo può causare gravi danni all’ecosistema: in certi
casi, vengono piantati tutti alla stessa precisa distanza
come pedine su una scacchiera, modificati in modo da crescere alla stessa
altezza e sviluppare di più il tronco rispetto alla
chioma, per poi essere tagliati in massa senza eccezione; tutto
ciò espone il suolo all’erosione dell’acqua, non produce humus
a sufficienza impoverendo il terreno, e compromette molte specie
che, per sopravvivere, fanno affidamento su alberi caduti, nascondigli fra le
fronde e radure fra le piante.
4) I fitofarmaci avvelenano il cibo, l'ambiente e la nostra salute
Spesso, quando qualcuno si mette
a fare nomi e cognomi della sfilza di sostanze chimiche usate in
agricoltura “convenzionale”, c’è chi ribatte che certi nomi “scientifici” e “astrusi”
si fanno soltanto “per spaventare”, per cui, tanto per cominciare, vediamo
di chiarire un concetto: i fitofarmaci sono per lo più miscele,
cioè sono fatti da più sostanze mescolate, ognuna con scopi diversi; la più
importante di queste sostanze è il principio attivo, cioè un
composto chimico o un microrganismo che svolge una specifica azione contro specifici infestanti. Due esempi sono il glifosato, principio
attivo erbicida ideato dall’industria “Monsanto” negli anni ’70,
oppure il clorpirifos, insetticida ideato dalla “Daw
Chemical” (oggi “DawDuPont”) nel 1965. Uno stesso principio attivo, però, si
trova all’interno di più prodotti, e infatti il glifosato si
trova in oltre 750 prodotti, tipo il “Roundup”, mentre il
clorpirifos in circa un centinaio, tipo il “Dursban”.
Queste sostanze vengono usate
in coltivazioni intensive di tutto il mondo: il glifosato
è stato trovato in cavolfiori, lenticchie, porri, fichi, pompelmi, patate,
frumento, o avena; il clorpirifos principalmente in uva, mele e
pere, ma anche in mais, grano, soia, barbabietole, meloni, fragole, broccoli,
peperoni e pesche (fino addirittura in campi da golf e spray, shampoo e collari
antipulci per cani). Molti di questi principi attivi hanno “effetto
sistemico”, cioè non si limitano a rimanere sulla superficie della pianta (come invece fa il rame),
ma pervadono i tessuti di radici, fusto, foglie e frutti, col
risultato che su di essi rimangono residui indelebili che alla
fine finiscono nel nostro corpo. Non per nulla, secondo i dati della EFSA (Autorità
europea per la sicurezza alimentare), circa il 45% del cibo che
consumiamo in Europa contiene residui di pesticidi.
Ma anche in Italia, terra della buona cucina? Sì, anche in
Italia. Secondo le ricerche dell’ISPRA, ogni anno vengono utilizzate
130.000 tonnellate di pesticidi che contengono circa 400 sostanze
diverse. La media nazionale, nel 2014, è di 4.6kg per ettaro,
in Veneto e Trentino oltre 10kg, in Campania 8.5kg, in Sicilia, Emilia e Friuli
5.8-7.6kg, in Puglia 4.9kg. Test condotti su bottiglie di Prosecco
hanno rilevato fino a 7 sostanze diverse in un unico campione.
Ovviamente, poi, questi prodotti
non rimangono confinati ai campi coltivati, ma si spandono nell’aria, secondo
il cosiddetto “effetto deriva”. Residui di pesticidi sono stati
trovati nel ghiacciaio del Presena, il clorpirifos nei ghiacciai
del Monte Rosa, in entrambi i casi risaliti dalle aree agricole della
Pianura Padana. Testimonianze di abitanti che vivono intorno o circondati da
campi parlano di nebbie tossiche che si innalzano più volte al
giorno, provocando bruciore agli occhi e alla gola.
Come si sarà intuito, queste
sostanze non sono affatto salutari e i primi effetti negativi si
riscontrano proprio nelle colture. I pesticidi mirano a colpire
specie dannose per le coltivazioni, ma nei fatti ne vengono colpite anche
quelle impollinatrici, tipo le api: particolarmente danneggiate
dal principio attivo "methiocarb", solo nel 2006, negli Stati
Uniti, è stato perduto il 30-40% delle colonie;
colpite soprattutto le api “bottinatrici”, cioè quelle che raccolgono il
polline per l’alveare. Che ce ne frega a noi? Beh, considerate che, in media,
ci sono 300.000 api bottinatrici in ogni alveare, che ognuna di
esse compie 4-10 voli al giorno e che impollina 1000 fiori per ogni volo. È per
via di queste cifre spaziali che si dice che 1/3 del cibo che mangiamo
dipende dall’impollinazione degli insetti.
Quanto agli effetti sulla
salute umana, si perde veramente il conto. Queste sostanze vengono a
contatto col nostro corpo per via cutanea, per inalazione
o per via orale; ne sono esposti direttamente gli operatori
che le maneggiano e chi respira l’aria intorno ai campi coltivati,
e indirettamente tutti coloro che mangiano il cibo trattato con
esse. Molte si degradano così lentamente da creare bioaccumulo,
cioè non vengono smaltite dall’organismo una volta assorbite, e quindi risalgono
tutta la catena alimentare dalla pianta fino a noi. Esistono i LMR
(Limiti Massimi di Residui), ma questi tengono conto solo della singola
sostanza sul singolo prodotto, non del fatto che uno possa essere esposto
a essa più di una volta, o che più sostanze insieme
possono essere assunte da più prodotti o perfino da uno solo.
E così, in generale, si
parla di patologie ormonali come obesità, diabete, sindrome metabolica,
patologie tiroidee, dello sviluppo neuronale e neuroendocrino. Malattie
respiratorie, S.L.A., Alzheimer, Parkinson, infertilità, cancro. Passando anche
per danni al feto, da cui autismo, ritardi nello sviluppo cognitivo,
disabilità, disturbi immunitari.
Correlati al glifosato,
malformazioni cardiache, Parkinson, danni cognitivi e cancro, anche se per
adesso è riconosciuto soltanto come “probabilmente cancerogeno”
dalla IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro). E la cosa
divertente sapete qual è? Che si diceva la stessa cosa del DDT
prima di bandirlo. Correlati al clorpirifos, carenza di memoria,
abbassamento del QI, disturbi respiratori, cardiaci e neurodegenerativi,
perturbazioni ormonali, e capacità di trasmettere danni del genere fino alla 4^
generazione. Negli USA, la EPA (Environmental Protection Agency)
stava per farlo bandire, ma nel gennaio 2017 è stato eletto Donald Trump,
noto antiecologista; così il direttore dell’EPA è stato cambiato
già due volte, e quello attuale, Andrew Wheeler, oltre che negazionista
climatico è anche ex avvocato dello studio legale “Faegre Baker
Daniels”, uno che fra i suoi clienti ha…indovinate un po'? La “DowDuPont”, l’azienda
che il clorpirifos l’ha inventato.
Agricoltura biologica: poco finanziata, ma più efficiente, più sostenibile e più salutare. E insieme la possiamo rendere reale!
Il chiodo su cui battono
più spesso i sostenitori dell’agricoltura convenzionale è che
questa è indispensabile per rispondere al fabbisogno di
cibo. Peccato che, secondo il PIK (Potsdam Institute for Climate Impact
Research), l’attuale sistema agroalimentare riesce a fornire una dieta bilanciata
ad appena 3.4 miliardi di persone (su 7 miliardi che siamo ora e su 10
miliardi che si stimano nel 2050). Il rapporto della FAO ci dice che, mentre ci
sono 820 milioni di persone nel mondo che soffrono la fame,
670 milioni di adulti e 120 milioni di ragazzi soffrono di obesità.
Legambiente e Greenpeace, invece, sottolineano come il 90% dei prodotti
agricoli realizzato è destinato solo ai paesi avanzati, e
1 miliardo di tonnellate di cereali viene utilizzato soltanto
come mangime per ingrassare animali da allevamento
(a loro volta destinati a paesi avanzati); e dire che, con la stessa quantità,
si potrebbero sfamare 3.5 miliardi di persone.
Un’agricoltura di tipo
biologico rappresenterebbe un’alternativa a tutto questo, un’alternativa
che oggi, soltanto in Italia, rispecchia il 15% della
superficie agricola, impiega 72.000 operatori e
fattura € 3 miliardi
all’anno. Solo che, secondo i dati elaborati dall’Ufficio Studi della
Camera dei Deputati, tra fondi italiani e fondi europei destinati all’Italia
tramite la PAC (Politica Agricola Comune), su 62.5 miliardi di
finanziamenti al settore agricolo appena 1.8 miliardi
vanno al biologico. A livello globale, invece, secondo l’economista
Pavan Sukhdev, sono 1000 i miliardi di dollari che, ogni anno,
vanno a fare da sussidi all’agricoltura convenzionale, una che
non è più capace di nutrire il mondo e che, anzi, mentre vanta di poterlo fare,
non fa altro che affamarlo e avvelenarlo.
Nei giorni in cui scrivo questo
articolo non si fa altro che parlare di “Coronavirus”: bandiere
tricolore vengono appese ai balconi delle case come simbolo di unità
nazionale; spot pubblicitari a ripetizione informano sulle buone
pratiche e invitano la popolazione alla solidarietà, alla “resistenza” e all’unire
le forze; il Primo Ministro Giuseppe Conte, in una conferenza
stampa trasmessa in prima serata in tutto il paese, proclama che “Se la
salute dei cittadini è un bene che è messo a repentaglio, noi siamo costretti a
imporre dei sacrifici per quanto riguarda gli altri interessi”. Se da
un lato tutto questo è rassicurante, perché fa capire che
il senso dell’unione esiste ancora e che, quando vogliono, le Istituzioni
qualcosa la sanno fare, dall’altro è un po' sconfortante:
secondo l’OMS, ogni anno, nel mondo, sono 200.000 le persone che muoiono a causa dei residui di pesticidi nel cibo;
solamente in Italia, 81.000 persone ogni anno
perdono la vita a causa di malattie correlate all’inquinamento
atmosferico. Per non parlare degli inquinanti che
derivano dall’acqua, dagli abiti, dai prodotti per l’igiene personale, dai
campi elettromagnetici; e per non parlare dei “più fortunati” che
si sono beccati “soltanto” malattie degenerative e disabilità a vita.
Se penso a tutto questo,
un Primo Ministro che mi dice di essere attento alla salute dei cittadini mi
suona molto da presa in giro, mentre tutta questa “unità
nazionale” mi fa riflettere: finché il “danno” non è immediato,
non è rapido, non ha un nome e cognome precisi, molta gente si adagia
sugli allori; quando invece bussa a casa propria, vengono emanate
ordinanze ufficiali e si viene minacciati di sanzioni economiche e penali,
allora eccoli tutti a scodinzolare come cagnolini.
 |
| Logo Europeo di agricoltura biologica |
Come ho accennato poco prima, la
soluzione a tutto questo esiste già, e si chiama “agricoltura
biologica”. Non starò qui a discutere la cosa nel dettaglio perché
merita un articolo a sé che scriverò più in qua, ma sempre lo studio del PIK
parla molto chiaro: un nuovo modello di produzione del cibo,
sommato a una diversa distribuzione dei terreni coltivati, una
migliore gestione dell’acqua, una riduzione dello spreco
alimentare e un cambiamento nelle abitudini di consumo,
fornirebbero cibo sufficiente a sfamare 10.2 miliardi di persone
(e senza avvelenare né loro, né il resto del pianeta).
La nostra Terra è
un sistema “chiuso”, in cui l’unica fonte di energia esterna è rappresentata
dal sole; tutto il resto si autoalimenta grazie ad un riciclo continuo
e ad un perfetto equilibrio. “Da un grande potere derivano
grandi responsabilità”, diceva lo zio Ben a Peter Parker, e nel caso di noi
umani è proprio vero: noi siamo capaci di immettere alterazioni rapide e
significative in questo equilibrio, e quando lo facciamo il “sistema-Terra”
risponde in modo da ristabilirlo; l’unico problema è che, se esageriamo,
lo ristabilisce a spese di tante specie viventi, compresa la nostra.
Ma la soluzione è a portata
di mano: non diciamo che “mancano i soldi”, perché di quelli ce n’è a
strafare, solo che vengono usati per proteggere gli interessi delle grandi
aziende che hanno il monopolio del nostro cibo; e non
diciamo che è impossibile, perché solo gli eventi di questi giorni
stanno dimostrando che davvero “l’unione fa la forza”. So che, al
momento, ci fanno entrare in un supermercato solo uno per volta ma, scegliendo
i prodotti giusti, anche da soli, possiamo far fallire un sistema
produttivo che ci avvelena e farne sorgere uno che ci fa
evolvere.
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Fonti:
- "Scienza e Conoscenza" (n° 65, lug/sett 2018) - I campi elettromagnetici modificano i nostri geni?
- "Scienza e Conoscenza" (n° 69, lug/sett 2019) - Pesticida Killer
- "Le Scienze" - Milioni di morti in più per l'inquinamento atmosferico
- "Il Fatto Alimentare" - Il caso Mc Donald’s, tra land grabbing, deforestazione e olio di palma
- "Il Fatto Alimentare" - L’agricoltura biologica inquina più di quella convenzionale? No, non è vero. La risposta di Roberto Pinton di AssoBio
- "Il Fatto Alimentare" - Il Biologico: chimica o natura? Un’analisi approfondita sulle questioni più spinose sollevate dai lettori
- "Il Fatto Alimentare" - All’agricoltura biologica solo le briciole dei finanziamenti europei e italiani. Nei nostri campi chi inquina viene pagato
- "Focus" - Il modello fallimentare dell'agricoltura intensiva
- "Lifegate" - L’agricoltura intensiva non sta sfamando il mondo, deve lasciare spazio all’agroecologia
- "AgoraVox" - Agricoltura intensiva: come la coltivazione di frutta è tutt’altro che naturale
- "ByoBlu" - I pesticidi che hai nel piatto!
- "ByoBlu" - Salute, glifosato: “probabilmente” è cancerogeno, “probabilmente” morirete. #StopGlifosato
- "Legambiente" - Forum agroecologia di Legambiente: parte l'alleanza per un nuovo modello di agricoltura
- "Legambiente" - L'appello di Legambiente, scienziati e docenti per un modello agroecologico
- "Legambiente" - Giornata dell'alimentazione: sconfiggere la fame curando il suolo
- "Greenpeace" - Quattro buoni motivi per difendere il suolo e le foreste
- "Greenpeace" - Tossico come un pesticida: gli effetti sulla salute delle sostanze chimiche usate in agricoltura
- "Idee Green" - Fitofarmaci: cosa sono
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- "Il Post" - Le complicazioni dell’agricoltura reale, spiegate
- "Cittadiniecologisti" - Analisi degli effetti dell'agricoltura intensiva
- "La Stampa" - È ora, stop ai pesticidi!
- "La Stampa" - Smog: sorpresa, il 15% delle polveri viene dai campi
- "Slow Food" - Sfamare tutti e salvare il pianeta? Serve arginare l’agricoltura intensiva
- "Smithsonian Magazine" - How the Potato Changed the World
- "Nature" - Agricultural sustainability and intensive production practices
- "Bio Science" - Global-Scale Environmental Effects of Hydrological Alterations: Introduction
- "Bio Science" - Water Resources: Agricultural and Environmental Issues
- "Wiley Online Library" - Fertilizers, 6. Environmental Aspects
- "Wiley Online Library" - Cyanobacterial (Blue‐Green Algal) Toxins and their Significance in UK and European Waters
- "IGB" - Climate gases from water bodies
- "Springer" - Eutrophication of Lakes
- "The Guardian" - Sixth mass extinction of wildlife also threatens global food supplies
- "The Guardian" - 'Stem rust' fungus threatens global wheat harvest
- "Promusa" - Gros Michel
- "Annals of Botany" - Domestication, Genomics and the Future for Banana
- "NCBI" - Support for international agricultural research: current status and future challenges.