mercoledì 18 marzo 2020

Agricoltura intensiva, la più grande pestilenza della storia

Cosa significa "intensivo", in che modo affama e avvelena il mondo e perché il "biologico" rappresenta la soluzione



L'uomo è ciò che mangia”, diceva il filosofo tedesco Ludwig A. Feuerbach. In realtà non è del tutto vero, ben altre cose, oltre al cibo, concorrono a determinare ciò che siamo. Comunque, il vecchio Ludwig una buona fetta della verità l’ha intuita: quello che mangiamo, in che quantità, con quale frequenza e in che modo influisce molto sulle persone che siamo e che saremo. E il punto è proprio questo: noi, oggi, lo sappiamo cosa mangiamo?

Il modo in cui produciamo il nostro cibo è cambiato molto nel corso dei secoli, soprattutto negli ultimi 70 anni, e con esso anche il modo di consumarlo. Oggi non esiste quasi più il contatto diretto fra produttore e consumatore, siamo abituati ad entrare in un supermercato e lì dentro, in un colpo solo, trovare di tutto, in qualsiasi giorno dell’anno, in maniera garantita. Se non fosse per le etichette (a cui comunque badano in pochi), nessuno di noi avrebbe la minima idea su da dove viene quel cibo, chi lo ha prodotto e in che modo. Tutto questo non è per colpevolizzare i supermercati, che anzi offrono un gran servizio. È per dire che ci sono persone che di questo “contatto perduto” ne approfittano per fare miliardi mentre ci servono il veleno in tavola.

Il sistema di produzione intensivo si vanta di aver “risolto” il problema della carestia, della fame e delle malattie, ma nei fatti il monopolio della produzione è concentrato nelle mani di poche aziende, il cibo prodotto finisce a vantaggio di metà della popolazione e, inebriati da tutto questo potere, questi “giganti” del cibo applicano metodi per produrre e guadagnare sempre di più. Se poi questi metodi implicano l’uso di sostanze che devastano l’ambiente e fanno ammalare la gente pazienza, è un “male necessario”. Necessario per il loro portafogli, però.

Ma come siamo arrivati a tutto questo?

L’agricoltura dalle origini ai giorni nostri


Intorno a 11.000 anni fa inizia a concludersi l’ultima Epoca Glaciale, il clima si fa più mite, si alternano più spesso stagioni secche e umide e tutto ciò favorisce le cosiddette “piante annuali”. La prevedibilità della loro crescita e l’abbondanza di cibo che deriva dai loro raccolti fanno sì che, in certe aree del mondo, le comunità nomadi di cacciatori-raccoglitori inizino a stabilire i primi villaggi intorno ai primi campi coltivati.

Si pensa che l’agricoltura sia sorta indipendentemente in questo modo in almeno 11 regioni del mondo fra Europa, Asia, Oceania, Africa e Americhe. I Sumeri fanno uso di sofisticati canali di irrigazione già nell’8000 a.C. e, nello stesso periodo, gli Egizi sfruttano le piene periodiche del Nilo, il suolo fertile e l’aratro in legno per dare il via ad una prima agricoltura su larga scala. Gli indigeni australiani e del Nord America fanno uso di incendi controllati per prevenire incendi naturali più ampi e accrescere la fertilità dei terreni, mentre gli Aztechi del Mesoamerica si servono di terrazzamenti e chinampas.

Aratro tirato da buoi nell'Antico Egitto,
dipinto dalla camera funeraria di Sennedjem, c. 1200 a.C.
(da "Wikipedia")
Il Mondo Arabo di avvale della rotazione biennale delle colture e del maggese già intorno al 6000 a.C. e, dall’VIII secolo, con la Rivoluzione Agricola Araba, introduce nuove colture e nuovi metodi come la noria, mulini ad acqua, dighe e bacini idrici. Tutte novità che vengono importante anche nell’Europa del Medioevo, dove intanto si realizzano gli aratri in metallo, si impiegano nuovi finimenti per gli animali da tiro, si introducono i mulini a vento e si passa alla rotazione triennale delle colture. Quando poi si aprono i commerci con le Americhe, il guano importato dal Perù inizia ad essere usato in dosi massicce come fertilizzante, mentre nelle piantagioni di patate nel Colorado si sperimenta un composto dell’arsenico come primo pesticida della storia.

Si arriva così al XVI secolo, e la popolazione mondiale ha già conosciuto un forte aumento, maggior disponibilità di cibo, una dieta più ricca, un aumento del tasso di natalità e una diminuzione di quello di mortalità. Ma da qui al XIX secolo, a partire dall’Inghilterra, vengono anche introdotti la rotazione quadriennale, l’allevamento selettivo del bestiame, fertilizzanti ancora più efficaci come l’azoto, il fosforo o il potassio, e macchine agricole come seminatrici, trebbiatrici e, nel 1892, il primo trattore a benzina.

Già nei primi decenni del XX secolo vengono concepite nuove macchine come trapiantatrici e mietitrebbiatrici, e la sintesi del nitrato di ammonio porta a una svolta nell’uso dei fertilizzanti. Finché arriviamo al periodo fra gli anni ’40 e ’70, quello della cosiddetta “Rivoluzione Verde”, che influenza il modo in cui viene concepita l’agricoltura ancora oggi: nuove tecniche di irrigazione che riducono la dipendenza dalle stagioni, nuovi macchinari per automatizzare ulteriormente i processi, elevato utilizzo di prodotti fitosanitari e fertilizzanti chimici per controllare meglio malerbe, insetti e nutrienti del suolo, e infine ingegneria genetica per produrre piante più resistenti, durevoli e a resa più elevata.

Che cosa significa coltivare in maniera “intensiva”?


Come abbiamo visto brevemente, il modo di fare agricoltura di oggi non è sempre esistito, e non è nato dall’oggi al domani, ma è il frutto di studi e scoperte fatti in vari ambiti nel corso di millenni di storia umana. Come tante altre cose, insomma, l'agricoltura si è evoluta nel tempo, passando da una di tipo “artigianale”, esclusivamente organica, pensata per lo più per rispondere al fabbisogno locale, a una di tipo industriale: molta energia viene immessa dall’esterno sotto forma di tecnologia, meccanizzazione, prodotti fitosanitari, fertilizzanti, ingegneria genetica, e molta energia è quella che si vuole ottenere, sotto forma di altissime rese, tempi brevi e bassi costi.

Ma tutto ciò in pratica come si traduce?

Tralasciando i macchinari, che è facile intuire in cosa consistono e a quali vantaggi portano, tanto per cominciare viene fatto un largo uso di monocolture: non più (o raramente) rotazioni biennali, triennali o quadriennali dei terreni, con una parte di essi lasciata a riposto (maggese) per consentire il ripristino dei nutrienti, ma piuttosto vaste zone destinate alla coltura di un’unica specie vegetale, da ripetere di volta in volta senza maggese, con metodi del tutto standardizzati. Tutto questo è reso possibile dall’utilizzo di poche varietà di colture molto produttive (O.G.M.) e di fertilizzanti e fitofarmaci in “quantità industriale” (è proprio il caso di dirlo); il risultato ovvio di coltivare in questo modo è che si ottengono rese altissime in tempi contenuti, come nel caso di mais, grano, o soia, i più tipici esempi di monocolture.

I fertilizzanti, in generale, vengono utilizzati per creare, ricostruire, conservare o aumentare la fertilità del terreno. Alcuni arricchiscono il terreno in nutrienti (concimi), altri ne modificano le proprietà fisiche (ammendanti), altri ancora quelle chimiche (correttivi). Ovviamente esistono fertilizzanti naturali come il letame, ma in una logica industriale quelli chimici (e quindi artificiali) sono di sicuro più efficienti e sempre disponibili in grandi quantità. Ed ecco allora, per esempio, che si aggiungono nitrati per fornire l’azoto (perché vengono assorbiti più velocemente dalle piante), oppure regolatori di pH per raggiungere e mantenere sempre il livello ottimale di acidità o basicità del terreno per una certa coltura.

Da che mondo è mondo, esiste la competizione fra esseri viventi per la sopravvivenza. Il regno vegetale non fa eccezione, per cui ecco che le piante si trovano a competere con altre piante, con funghi, con animali o con microrganismi. Per evitare che questa competizione sfoci nella distruzione delle coltivazioni, si utilizzano prodotti fitosanitari, detti anche “agrofarmaci”, “fitofarmaci”, o "pesticidi", cioè composti chimici pensati per eliminare o prevenire la comparsa di acari, batteri, funghi, insetti, erbe infestanti, alghe, molluschi o roditori. In più ne fanno parte i fitoregolatori, cioè sostanze che hanno lo scopo di modificare alcuni processi biologici delle piante come crescita, radicazione, geminazione, taglia, fioritura o fruttificazione. In Italia, il loro utilizzo è regolato dal Ministero della Salute sulla base di direttive europee, ed è richiesto il possesso di uno specifico “patentino” per poterli maneggiare.

Le scoperte nel campo della genetica hanno permesso lo sviluppo dell’ingegneria genetica e quindi la produzione dei famosi O.G.M. (Organismi Geneticamente Modificati). Già adesso mi immagino sopracciglia che si inarcano, alzate di spalle, capi che scuotono o bocche che fanno versacci, ma non è questo il momento di discutere su quanto siano un bene o un male. Ciò che importa ora è che sono state create (e vengono utilizzate) delle varietà particolari di piante, le cosiddette “varietà ad alta resa”, o “semi miracolo”: per farla semplice, si potrebbero definire come delle piante dotate di “superpoteri”, come una maggior capacità di assorbimento di nitrati, taglia contenuta ma allo stesso tempo resa più elevata, resistenza a condizioni climatiche avverse, o conservazione più duratura (per facilitare l’esportazione).

I “vantaggi” dell’agricoltura intensiva


Chi si schiera a favore di questo modello di agricoltura sostiene, per esempio, che sia indispensabile per riuscire a sfamare la popolazione mondiale, una che oggi conta circa 7 miliardi di persone e che, al 2050, ne potrebbe contare circa 10 miliardi. Le tecniche tradizionali non facevano largo uso di agrofarmaci e fertilizzanti, c’era una scarsa conoscenza della fisiologia delle piante, nessun miglioramento genetico, quindi era impossibile avere grandi produzioni, costi ridotti e quantità capaci di soddisfare la domanda. Senza contare che ampie coltivazioni (per aumentare la produzione) e tecniche come il maggese erano praticabili un po' ovunque perché la popolazione era meno numerosa, il che voleva dire domanda, densità e urbanizzazione più basse.
Grazie alle tecniche introdotte con la Rivoluzione Verde, invece, si riesce ad avere produzioni molto più elevate, quindi più disponibilità di cibo, prezzi più bassi, possibilità di coltivare in zone sfavorevoli e, allo stesso tempo, si occupa meno superficie e si forniscono prodotti con qualità nutrizionale più alta. Vedi il caso dell’India: grazie allo sviluppo di oltre 1000 varietà di riso più produttive e con tempi di maturazione più brevi, la produzione è passata da 1,5t/ettaro alla fine degli anni ’60 a 3t/ettaro nel 2000. Risultati analoghi ci sono stati nelle Filippine, in Indonesia e o nel Vietnam, passati da importatori a esportatori di riso in appena 20 anni dal 1960 al 1980. Globalmente, si è passati da una produzione di 207kg/pro capite di cereali nel 1965, a 275kg nel 2005; da un consumo di calorie di 1891kcal nel 1981, a 2695kcal nel 2003. L’aspettativa di vita è aumentata, la mortalità infantile si è ridotta e, specie nell’Asia dell’est e del sud-est, la sottonutrizione è scesa dal 43% al 13% fra gli anni ’70 e ’90.

La concimazione organica sarà pure più genuina, ma non può essere efficacie come quella chimica, da cui il problema della produzione e di sfamare la popolazione crescente. Quanto al fatto di impoverire il terreno, questo poteva essere vero nel caso di terreni che hanno un pH “anomalo” già di loro natura, ma attualmente il problema non sussiste più in quanto viene fatto uso di concimi neutri.

Negli anni ’60-’70 i residui di pesticidi nel cibo non si misuravano affatto, negli anni ’80-’90 si riusciva a misurare concentrazioni di 1mg/kg, oggi si arriva a 1mg/t; è perché sono migliorate le tecniche di rilevazione, quindi, che sembra che i residui siano sempre più alti, non perché effettivamente lo sono. I metodi naturali alternativi ai fitofarmaci, comunque, agiscono troppo lentamente, affidandosi solo a quelli sarebbe impossibile garantire la presenza di ogni tipo di frutta e verdure sugli scaffali dei supermercati. L’agricoltura biologica, poi, vanta la possibilità di non fare alcun utilizzo di prodotti fitosanitari, me nei fatti utilizza i sali di rame e le piretrine, "tossici" anche quelli.

Inoltre, se si riducesse o eliminasse del tutto l’applicazione di queste tecniche, per mantenere una produzione capace di sfamare il mondo sarebbe necessario estendere le coltivazioni, il che significherebbe maggior deforestazione per far spazio ai campi e quindi maggior inquinamento atmosferico.

Insomma, secondo i sostenitori dell’intensivo, passare al biologico vorrebbe dire inquinare di più, i consumatori credono di essere avvelenati dal cibo “convenzionale” quando anche quello biologico non è un toccasana, e di O.G.M., fitofarmaci e fertilizzanti sintetici non si può proprio fare a meno se si vuole continuare ad avere il cibo nel piatto. Ma sarà vero?

Gli svantaggi dell'agricoltura intensiva: il gioco non vale la candela


1) Deforestazione e inquinamento atmosferico


Ad oggi, si stima che il 40% di tutta la superficie terrestre sia occupato da attività agricole e da allevamenti. Per arrivare a questo “fantastico” risultato, l’agricoltura intensiva si è dovuta macchiare della colpa di rappresentare la causa dell’80% della deforestazione globale, perpetrata soprattutto in Paesi in Via di Sviluppo. Secondo l’organizzazione non governativa internazionale “Grain”, infatti, tra il 2008 e il 2014 investitori stranieri si sono accaparrati circa 56 milioni di ettari di terra fra Filippine, Papua Nuova Guinea, Indonesia e soprattutto Africa sub-sahariana, dove l’instabilità di governi locali ha reso molto semplici attività di acquisizione e sgombero di terreni. Tanto per rendere l’idea di che dimensioni stiamo parlando, considerata che fra il 1990 e il 2005, fra Malesia e Indonesia, sono stati deforestati “appena” 2.8 milioni di ettari, e già così si tratta di un’area più vasta di tutto il Piemonte.

I sostenitori dell’intensivo non fanno altro che gracchiare che tutto ciò è necessario per sfamare la popolazione mondiale, ma in realtà o non è così, o lo è solo indirettamente. Come evidenziato dal rapporto “Corporations, Commodities, and Commitments that Count”, pubblicato nel marzo 2015 dall’organizzazione “Supply-Change”, 2/3 delle deforestazioni tropicali hanno lo scopo di far spazio a coltivazioni di olio di palma, coltivazioni di soia, oppure a pascoli. In altre parole, significa che gran parte delle coltivazioni viene destinata a diventare foraggio per animali, spesso rinchiusi in allevamenti intensivi che, a loro volta, sono colpevoli di altra deforestazione. Il classico “cane che si morde la coda”, insomma.

Tutto questo si traduce allora in estinzioni di specie animali e vegetali senza precedenti, espulsione di popolazioni locali e contributo al cambiamento del clima. In che modo? Tenete presente che le foreste riescono a catturare 1/3 della CO2 rilasciata ogni anno dalla combustione di gas, petrolio e carbone; i componenti di molti fitofarmaci consistono in derivati del petrolio; fertilizzanti e pesticidi sono responsabili del 15% delle emissioni di polveri fini; la produzione su larga scala e il mercato globalizzato rendono necessari macchinariprocessi industriali e trasporti intercontinentali; come ho appena detto, la maggior parte delle colture ha il solo scopo di ingrassare gli animali da allevamento intensivo, a sua volta terzo produttore di gas serra mondiale. Per tutti questi motivi, diretti o indiretti, si stima quindi che l’agricoltura intensiva da sola sia la causa del 25% delle emissioni globali di gas serra. 

2) L’acqua viene sovrasfruttata e inquinata da fertilizzanti e fitofarmaci


Eutrofizzazione del fiume Potomac,
USA (da "Wikipedia")
Come ho spiegato poco più in su, in agricoltura intensiva non ci si può permettere di attendere che il terreno ripristini i suoi nutrienti nei modi e nei tempi naturali, perciò viene “drogato” di fertilizzanti in modo che questi nutrienti siano sempre e subito disponibili. Uno dei tanti effetti negativi di questo atteggiamento è la cosiddetta eutrofizzazione delle acque, cioè l’eccessiva presenza di nutrienti come azoto, fosforo e zolfo all’interno di corpi d’acqua come fiumi, laghi, o mari. Può sembrare un bene che l’acqua sia ricca di nutrienti, ma in natura tutto è equilibrio, perciò come si hanno effetti negativi se di nutrienti ce ne sono pochi, così se ne hanno se ce ne sono troppi. Cioè? Alghe microscopiche prolificano sulla superficie, limitando il passaggio della luce e il discioglimento di ossigeno dall’aria, causando la morte di piante che vivono sott’acqua; quando le alghe muoiono, vengono decomposte da batteri aerobici, cioè che utilizzano ossigeno per compiere questa decomposizione; la concentrazione di ossigeno, quindi, si riduce, causando la morte di pesci e altri animali; se il gas scompare del tutto, entrano in gioco batteri anaerobici a decomporre le alghe, che però liberano CH4 e CO2 con la loro digestione; la decomposizione delle alghe, inoltre, libera in acqua neurotossine e epatotossine letali per altri organismi.

Tutto questo, fra le altre cose, intorbidisce l’acqua e rilascia cattivi odori, uccide specie di pesce di interesse commerciale e intossica esseri umani tramite l’ingerimento dell’acqua stessa o di molluschi. Vi chiedete dov’è che si possono trovare situazioni simili? In laghi di tutto il mondo, più o meno, secondo una ricerca condotta dalla ILEC (International Lake Environment Committee) fra il 1988 e il 1993, cioè in Asia (54% dei laghi), Europa (53%), Nord America (48%), Sud America (41%) e Africa (28%). Certo, di sicuro questo fenomeno può avere anche delle cause naturali, ma si parla di processi così lenti da avvenire su scale di tempi geologici. Questa eutrofizzazione estesa, invece, è riconosciuta come un problema inquinamento a partire appena dagli anni ’50 (guarda caso il periodo della Rivoluzione Verde), e infatti si ritiene che il deflusso di acque da coltivazioni rappresenti la sua causa principale.

Dei fitofarmaci utilizzati e dei loro effetti parlerò meglio fra qualche riga, ma adesso posso già dire che anche questi contribuiscono all’inquinamento delle acque. L’ultimo “Rapporto nazionale pesticidi nelle acque“ realizzato da ISPRA, agenzie ARPA e agenzie APPA nel 2016, ha rinvenuto pesticidi nel 67% delle acque superficiali e nel 33.5% di quelle sotterranee analizzate in tutta Italia. Per le acque superficiali, in alcune regioni come Friuli, Alto Adige, Piemonte e Veneto, si toccano percentuali anche del 90%, che “scendono” a 80% in Emilia e Toscana e al 70% in Lombardia e Trentino. Ben 259 sono state le sostanze rinvenute, con una media di 5 sostanze per campione, ma con alcuni che ne hanno fatti rilevare fino a 55 in una volta sola.

Tanto per non farsi mancar nulla, poi, si stima che l’agricoltura intensiva rappresenti il 70% del consumo di acqua dolce sul pianeta. L’acqua utilizzata per l’irrigazione, nel grosso dei casi, proviene da sorgenti, pozzi che attingono a falde sotterranee, fiumi, oppure laghi. In linea di massima nulla di male, ma come al solito è lo sfruttamento intensivo a fare la differenza, con conseguenze innumerevoli:
1)      Lo svuotamento delle falde acquifere causa fenomeni di subsidenza, cioè uno sprofondamento del terreno che può arrivare anche a una decina di metri, oppure fenomeni di intrusione di acqua marina. Senza contare che può portare all’esaurimento della falda, quindi danno economico e obbligo di cercare un’altra riserva d’acqua o un metodo di irrigazione alternativo.
2)      La portata dei fiumi a valle viene ridotta, il che significa maggior erosione delle coste (perché si riduce l’apporto di sedimenti dal fiume), intrusione di acqua marina nei delta e negli estuari, e danni all’attività di pesca (molti pesci muoiono per insufficienza d’acqua o perché cambiano le condizioni di salinità).
3)      L’irrigazione eccessiva può far salire il livello delle falde acquifere fino alla superficie, con la conseguenza di allagamenti, acqua stagnante (in cui prolificano insetti e batteri portatori di malaria, filariasi, dengue, febbre gialla), oppure aumento della salinità del suolo (da cui maggior erosione del suolo e crescita delle piante compromessa).

3) Le monocolture desertificano i terreni, facilitano infestanti e mettono a rischio il fabbisogno di cibo


Il fatto stesso di coltivare a monocolture, in più spruzzandole pesticidi di ogni sorta per evitare l’attacco di erbe e parassiti, con l’andare del tempo fa sì che si ottenga esattamente l’effetto opposto: secondo uno studio pubblicato sulla rivista “Nature” nel 2002, sono sufficienti uno o due decenni perché comincino a comparire specie di erbe e insetti specializzati e resistenti ai fitofarmaci usati fino a quel momento. Con il risultato che, spesso, i coltivatori pensano di risolvere il problema con un mix di fitofarmaci, nuove sostanze più efficaci, o nuove varietà O.G.M. resistenti ai nuovi infestanti.

Ruggine del grano (da "Wikipedia")
Per non parlare dei danni alimentari ed economici. Soprattutto a partire dalla Rivoluzione Verde, che ha introdotto poche varietà di colture in tutto il mondo e geneticamente identiche, l’intera umanità fa affidamento solo su 9 specie vegetali (su 6000 disponibili) per il 66% della produzione agricola. Il rischio di tutto ciò è che, se compare un nuovo infestante che colpisce una certa varietà, vengono distrutte intere colture di un paese o perfino nel mondo. Vedi quel che è successo fra gli anni ’50 e ’60 negli Stati Uniti, quando la varietà “Gros Michel” di banana (unica consumata in tutta la nazione) è stata decimata dal fungo “Fusarium wilt”; oppure ne 2009, quando il fungo della ruggine del grano ha distrutto le colture in Kenya e Uganda per poi diffondersi in Asia.

Tenete presente che la maggior parte delle coltivazioni che ci garantiscono il cibo in tavolo utilizza non più di un metro di profondità di terreno, e che 2.5cm di suolo impiegano circa 500 anni prima di riformarsi. Ma, come affermato in occasione della COP21, dalle Nazioni Unite e dall’ISPRA, il 33% delle terre coltivabili è stato distrutto nell’arco di 40 anni e il tasso di erosione del terreno, attualmente, è di 10-40 volte superiore a quello di rigenerazione. Come mai tutto questo? Una parte della colpa va ai metodi di irrigazione, come ho spiegato poco più su, e un’altra parte alle stesse monocolture e ai fertilizzanti sintetici: se su uno stesso terreno si coltiva sempre la stessa varietà e senza maggese, i nutrienti naturali del suolo si consumano; per ovviare al problema si bombarda di fertilizzanti, ma spesso la gran parte finisce dilavata nelle acque più che assorbita dalle piante; e così, a lungo andare, il terreno perde nutrienti, non ci cresce più niente, si secca e viene eroso da aria e da acqua.

Alcuni dei tanto acclamati “semi miracolo” hanno una resa elevata soltanto se associati a grandi quantità di acqua, fertilizzanti e fitofarmaci, altrimenti sono le varietà tradizionali locali a dare i risultati migliori. Prendi il caso dell’Asia, dove, sempre secondo lo studio del 2002 pubblicato su “Nature”, la resa del riso e del mais è rimasta pressoché invariata fin da 1966. O il caso dell’India, dove già nel 1944 le varietà di riso indigene “Modko” e “Chinnar” avevano rese di oltre 4000kg/ettaro (quelle introdotte dalla Rivoluzione Verde si attestano su ca. 3700kg/ettaro).

Infine, sappiate che il “miracolo” dei “semi miracolo” consiste anche nel fatto che è stato possibile creare piante che fossero molto produttive non tanto in generale, ma per parti specifiche della pianta stessa: le varietà “miracolose” di granturco, per esempio, sviluppano molto di più la pannocchia rispetto alle foglie o al fusto, perché solo la prima è di interesse commerciale. Nel caso delle monocolture di alberi, questo può causare gravi danni all’ecosistema: in certi casi, vengono piantati tutti alla stessa precisa distanza come pedine su una scacchiera, modificati in modo da crescere alla stessa altezza e sviluppare di più il tronco rispetto alla chioma, per poi essere tagliati in massa senza eccezione; tutto ciò espone il suolo all’erosione dell’acqua, non produce humus a sufficienza impoverendo il terreno, e compromette molte specie che, per sopravvivere, fanno affidamento su alberi caduti, nascondigli fra le fronde e radure fra le piante.

4) I fitofarmaci avvelenano il cibo, l'ambiente e la nostra salute


Spesso, quando qualcuno si mette a fare nomi e cognomi della sfilza di sostanze chimiche usate in agricoltura “convenzionale”, c’è chi ribatte che certi nomi “scientifici” e “astrusi” si fanno soltanto “per spaventare”, per cui, tanto per cominciare, vediamo di chiarire un concetto: i fitofarmaci sono per lo più miscele, cioè sono fatti da più sostanze mescolate, ognuna con scopi diversi; la più importante di queste sostanze è il principio attivo, cioè un composto chimico o un microrganismo che svolge una specifica azione contro specifici infestanti. Due esempi sono il glifosato, principio attivo erbicida ideato dall’industria “Monsanto” negli anni ’70, oppure il clorpirifos, insetticida ideato dalla “Daw Chemical” (oggi “DawDuPont”) nel 1965. Uno stesso principio attivo, però, si trova all’interno di più prodotti, e infatti il glifosato si trova in oltre 750 prodotti, tipo il “Roundup”, mentre il clorpirifos in circa un centinaio, tipo il “Dursban”.

Queste sostanze vengono usate in coltivazioni intensive di tutto il mondo: il glifosato è stato trovato in cavolfiori, lenticchie, porri, fichi, pompelmi, patate, frumento, o avena; il clorpirifos principalmente in uva, mele e pere, ma anche in mais, grano, soia, barbabietole, meloni, fragole, broccoli, peperoni e pesche (fino addirittura in campi da golf e spray, shampoo e collari antipulci per cani). Molti di questi principi attivi hanno “effetto sistemico”, cioè non si limitano a rimanere sulla superficie della pianta (come invece fa il rame), ma pervadono i tessuti di radici, fusto, foglie e frutti, col risultato che su di essi rimangono residui indelebili che alla fine finiscono nel nostro corpo. Non per nulla, secondo i dati della EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare), circa il 45% del cibo che consumiamo in Europa contiene residui di pesticidi
Ma anche in Italia, terra della buona cucina? Sì, anche in Italia. Secondo le ricerche dell’ISPRA, ogni anno vengono utilizzate 130.000 tonnellate di pesticidi che contengono circa 400 sostanze diverse. La media nazionale, nel 2014, è di 4.6kg per ettaro, in Veneto e Trentino oltre 10kg, in Campania 8.5kg, in Sicilia, Emilia e Friuli 5.8-7.6kg, in Puglia 4.9kg. Test condotti su bottiglie di Prosecco hanno rilevato fino a 7 sostanze diverse in un unico campione.

Ovviamente, poi, questi prodotti non rimangono confinati ai campi coltivati, ma si spandono nell’aria, secondo il cosiddetto “effetto deriva”. Residui di pesticidi sono stati trovati nel ghiacciaio del Presena, il clorpirifos nei ghiacciai del Monte Rosa, in entrambi i casi risaliti dalle aree agricole della Pianura Padana. Testimonianze di abitanti che vivono intorno o circondati da campi parlano di nebbie tossiche che si innalzano più volte al giorno, provocando bruciore agli occhi e alla gola.

Come si sarà intuito, queste sostanze non sono affatto salutari e i primi effetti negativi si riscontrano proprio nelle colture. I pesticidi mirano a colpire specie dannose per le coltivazioni, ma nei fatti ne vengono colpite anche quelle impollinatrici, tipo le api: particolarmente danneggiate dal principio attivo "methiocarb", solo nel 2006, negli Stati Uniti, è stato perduto il 30-40% delle colonie; colpite soprattutto le api “bottinatrici”, cioè quelle che raccolgono il polline per l’alveare. Che ce ne frega a noi? Beh, considerate che, in media, ci sono 300.000 api bottinatrici in ogni alveare, che ognuna di esse compie 4-10 voli al giorno e che impollina 1000 fiori per ogni volo. È per via di queste cifre spaziali che si dice che 1/3 del cibo che mangiamo dipende dall’impollinazione degli insetti.

Quanto agli effetti sulla salute umana, si perde veramente il conto. Queste sostanze vengono a contatto col nostro corpo per via cutanea, per inalazione o per via orale; ne sono esposti direttamente gli operatori che le maneggiano e chi respira l’aria intorno ai campi coltivati, e indirettamente tutti coloro che mangiano il cibo trattato con esse. Molte si degradano così lentamente da creare bioaccumulo, cioè non vengono smaltite dall’organismo una volta assorbite, e quindi risalgono tutta la catena alimentare dalla pianta fino a noi. Esistono i LMR (Limiti Massimi di Residui), ma questi tengono conto solo della singola sostanza sul singolo prodotto, non del fatto che uno possa essere esposto a essa più di una volta, o che più sostanze insieme possono essere assunte da più prodotti o perfino da uno solo.

E così, in generale, si parla di patologie ormonali come obesità, diabete, sindrome metabolica, patologie tiroidee, dello sviluppo neuronale e neuroendocrino. Malattie respiratorie, S.L.A., Alzheimer, Parkinson, infertilità, cancro. Passando anche per danni al feto, da cui autismo, ritardi nello sviluppo cognitivo, disabilità, disturbi immunitari.

Correlati al glifosato, malformazioni cardiache, Parkinson, danni cognitivi e cancro, anche se per adesso è riconosciuto soltanto come “probabilmente cancerogeno” dalla IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro). E la cosa divertente sapete qual è? Che si diceva la stessa cosa del DDT prima di bandirlo. Correlati al clorpirifos, carenza di memoria, abbassamento del QI, disturbi respiratori, cardiaci e neurodegenerativi, perturbazioni ormonali, e capacità di trasmettere danni del genere fino alla 4^ generazione. Negli USA, la EPA (Environmental Protection Agency) stava per farlo bandire, ma nel gennaio 2017 è stato eletto Donald Trump, noto antiecologista; così il direttore dell’EPA è stato cambiato già due volte, e quello attuale, Andrew Wheeler, oltre che negazionista climatico è anche ex avvocato dello studio legale “Faegre Baker Daniels”, uno che fra i suoi clienti ha…indovinate un po'? La “DowDuPont”, l’azienda che il clorpirifos l’ha inventato. 

Agricoltura biologica: poco finanziata, ma più efficiente, più sostenibile e più salutare. E insieme la possiamo rendere reale!

Il chiodo su cui battono più spesso i sostenitori dell’agricoltura convenzionale è che questa è indispensabile per rispondere al fabbisogno di cibo. Peccato che, secondo il PIK (Potsdam Institute for Climate Impact Research), l’attuale sistema agroalimentare riesce a fornire una dieta bilanciata ad appena 3.4 miliardi di persone (su 7 miliardi che siamo ora e su 10 miliardi che si stimano nel 2050). Il rapporto della FAO ci dice che, mentre ci sono 820 milioni di persone nel mondo che soffrono la fame, 670 milioni di adulti e 120 milioni di ragazzi soffrono di obesità. Legambiente e Greenpeace, invece, sottolineano come il 90% dei prodotti agricoli realizzato è destinato solo ai paesi avanzati, e 1 miliardo di tonnellate di cereali viene utilizzato soltanto come mangime per ingrassare animali da allevamento (a loro volta destinati a paesi avanzati); e dire che, con la stessa quantità, si potrebbero sfamare 3.5 miliardi di persone.

Un’agricoltura di tipo biologico rappresenterebbe un’alternativa a tutto questo, un’alternativa che oggi, soltanto in Italia, rispecchia il 15% della superficie agricola, impiega 72.000 operatori e fattura € 3 miliardi all’anno. Solo che, secondo i dati elaborati dall’Ufficio Studi della Camera dei Deputati, tra fondi italiani e fondi europei destinati all’Italia tramite la PAC (Politica Agricola Comune), su 62.5 miliardi di finanziamenti al settore agricolo appena 1.8 miliardi vanno al biologico. A livello globale, invece, secondo l’economista Pavan Sukhdev, sono 1000 i miliardi di dollari che, ogni anno, vanno a fare da sussidi all’agricoltura convenzionale, una che non è più capace di nutrire il mondo e che, anzi, mentre vanta di poterlo fare, non fa altro che affamarlo e avvelenarlo.

Nei giorni in cui scrivo questo articolo non si fa altro che parlare di “Coronavirus”: bandiere tricolore vengono appese ai balconi delle case come simbolo di unità nazionale; spot pubblicitari a ripetizione informano sulle buone pratiche e invitano la popolazione alla solidarietà, alla “resistenza” e all’unire le forze; il Primo Ministro Giuseppe Conte, in una conferenza stampa trasmessa in prima serata in tutto il paese, proclama che “Se la salute dei cittadini è un bene che è messo a repentaglio, noi siamo costretti a imporre dei sacrifici per quanto riguarda gli altri interessi”. Se da un lato tutto questo è rassicurante, perché fa capire che il senso dell’unione esiste ancora e che, quando vogliono, le Istituzioni qualcosa la sanno fare, dall’altro è un po' sconfortante: secondo l’OMS, ogni anno, nel mondo, sono 200.000 le persone che muoiono a causa dei residui di pesticidi nel cibo; solamente in Italia, 81.000 persone ogni anno perdono la vita a causa di malattie correlate all’inquinamento atmosferico. Per non parlare degli inquinanti che derivano dall’acqua, dagli abiti, dai prodotti per l’igiene personale, dai campi elettromagnetici; e per non parlare dei “più fortunati” che si sono beccati “soltanto” malattie degenerative e disabilità a vita.

Se penso a tutto questo, un Primo Ministro che mi dice di essere attento alla salute dei cittadini mi suona molto da presa in giro, mentre tutta questa “unità nazionale” mi fa riflettere: finché il “danno” non è immediato, non è rapido, non ha un nome e cognome precisi, molta gente si adagia sugli allori; quando invece bussa a casa propria, vengono emanate ordinanze ufficiali e si viene minacciati di sanzioni economiche e penali, allora eccoli tutti a scodinzolare come cagnolini.

Logo Europeo di agricoltura biologica
Come ho accennato poco prima, la soluzione a tutto questo esiste già, e si chiama “agricoltura biologica”. Non starò qui a discutere la cosa nel dettaglio perché merita un articolo a sé che scriverò più in qua, ma sempre lo studio del PIK parla molto chiaro: un nuovo modello di produzione del cibo, sommato a una diversa distribuzione dei terreni coltivati, una migliore gestione dell’acqua, una riduzione dello spreco alimentare e un cambiamento nelle abitudini di consumo, fornirebbero cibo sufficiente a sfamare 10.2 miliardi di persone (e senza avvelenare né loro, né il resto del pianeta).

La nostra Terra è un sistema “chiuso”, in cui l’unica fonte di energia esterna è rappresentata dal sole; tutto il resto si autoalimenta grazie ad un riciclo continuo e ad un perfetto equilibrio. “Da un grande potere derivano grandi responsabilità”, diceva lo zio Ben a Peter Parker, e nel caso di noi umani è proprio vero: noi siamo capaci di immettere alterazioni rapide e significative in questo equilibrio, e quando lo facciamo il “sistema-Terra” risponde in modo da ristabilirlo; l’unico problema è che, se esageriamo, lo ristabilisce a spese di tante specie viventi, compresa la nostra.

Ma la soluzione è a portata di mano: non diciamo che “mancano i soldi”, perché di quelli ce n’è a strafare, solo che vengono usati per proteggere gli interessi delle grandi aziende che hanno il monopolio del nostro cibo; e non diciamo che è impossibile, perché solo gli eventi di questi giorni stanno dimostrando che davverol’unione fa la forza”. So che, al momento, ci fanno entrare in un supermercato solo uno per volta ma, scegliendo i prodotti giusti, anche da soli, possiamo far fallire un sistema produttivo che ci avvelena e farne sorgere uno che ci fa evolvere. 


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