venerdì 15 maggio 2020

"Bracconaggio" fa rima con "sabotaggio (della nostra specie)"

Le migliaia di specie braccate, cause e conseguenze, e le vere radici del problema (e delle soluzioni)



Si diffonde un nuovo virus, di lì a poco si scatena una pandemia e molti Paesi impongono lo stato di quarantena. Mentre l'argomento monopolizza i media di ogni piattaforma e la gente si chiede cosa ne sarà del domani, qualcuno inizia a puntare il dito verso le cause: colpa della devastazione ambientale, in questo caso del traffico illegale di specie protette. E allora ecco che si torna a parlare di etica della caccia, di bracconaggio e di specie in pericolo, e quando si dice che tutto è partito da un mercato della Cina, scatta in automatico lo scaricabarile: tutta colpa dei cinesi, quegli innumerevoli superstiziosi che mangiano ali di cavalletta per curare la diarrea (si scherza!).

Insomma, passano i secoli e i millenni, ma è sempre la solita storia: pur non di ammettere le proprie colpe, si prende l'intera cultura di un Paese e si apre una nuova stagione di caccia alle streghe. Ma la verità è che, fra quelli che esportano, quelli di transito e quelli che importano, quasi tutti gli Stati del mondo sono coinvolti nel mercato nero di piante e animali. Le specie prese di mira si contano a migliaia, i prodotti ricavati non si contano proprio, e chi ci guadagna non è il rivenditore di un mercatino cinese, ma piuttosto le più grandi organizzazioni criminali del pianeta.

La COVID-19? Una delle tante conseguenze di questo crimine di natura, insieme alla distruzione degli habitat, il cambiamento del clima, la povertà e le migrazioni di massa (tanto per dirne alcune). Ma, soprattutto, una classica “catastrofe annunciata”, su cui ricercatori di tutto il mondo avevano messo in guardia già nei primi anni 2000. Finché l'ecosistema è in equilibrio gli effetti su di noi sono così positivi che non ci badiamo nemmeno ma, quando l'equilibrio viene meno e gli effetti diventano negativi, i lamentoni fanno a gara a chi strilla più forte. Perciò, forse, adesso, è arrivato il momento di capire come mai, uccidendo animali fino allo stremo, rischiamo di uccidere anche noi stessi.

Bracconaggio e antibracconaggio: che cosa si intende?



Contrariamente a quanto si può pensare, il fenomeno del bracconaggio non è sempre esistito. Oggi ci sono Riserve Naturali, guardie venatorie, licenze di caccia, ma fino al Medioevo non solo non c’era niente di tutto ciò, ma non esisteva nemmeno il concetto di fauna selvatica come “patrimonio indisponibile dello Stato”. Ciò significava che potenzialmente chiunque aveva la possibilità di darsi alla caccia, fosse per sostentamento o per commercio. Le cose iniziano a cambiare appunto dal Medioevo in poi, quando i signori feudali si attribuiscono l’esclusiva sul diritto di caccia alla selvaggina che “abita” nei loro possedimenti: ecco allora che il “bracconiere” inizia a diventare qualcuno che “osa” cacciare senza diritto la selvaggina di proprietà dei nobili.

Al giorno d’oggi, invece, macchiarsi del reato di bracconaggio può significare molte cose: utilizzare armi da fuoco con matricola abrasa; cacciare senza essere in possesso di una licenza; fare uso di armi o tecniche illegali (come tagliole, veleni, esplosivi…); sforare il limite giornaliero o stagionale di capi da abbattere; cacciare fuori da orari e periodi previsti; cacciare all’interno di aree protette. E soprattutto, cacciare e commerciare specie animali e vegetali protette.

Per quel che riguarda le misure antibracconaggio, ogni Paese del mondo prevede proprie leggi e propri organi di controllo. In Italia, per esempio, vengono attuate da CUFAA (Comando Unità Forestali, Ambientali e Agroalimentari), corpi forestali delle province autonome, Polizia Provinciale, nonché da guardie venatorie volontarie e associazioni di protezione ambientale. A livello internazionale, invece, nel 1973 le Nazioni Unite hanno firmato la CITES (Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione), che non mira propriamente a prevenzione e controllo del bracconaggio, però regola il commercio internazionale di flora e fauna selvatica a rischio di estinzione; la sua attuazione è poi a carico dei singoli Stati. 

Le specie contrabbandate: quali, quante, dove e perché


Nel mondo: 7 settori per 6 Continenti


Forse c’è chi pensa che questo fenomeno interessi i soliti due o tre animali come tigre, elefante e rinoceronte, ma la realtà è che le specie coinvolte sono così tante che farne una panoramica non è affatto semplice. Il “World Wildlife Seizures”, il database mondiale che raccoglie i dati su sequestri di beni di contrabbando, fra il 1999 e il 2015 ha schedato più di 164.000 confische, per un totale di oltre 7000 specie animali e vegetali e 120 Paesi nel mondo coinvolti. Una stessa specie, fra l’altro, può essere contrabbandata all’interno di più mercati, a seconda di quante e quali parti del corpo sono oggetto di interesse. È per questo che, nel tentativo di fare chiarezza, nel 2016 la UNODC (Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine) ha realizzato un report in cui ha suddiviso tutte queste specie sulla base di 7 grandi settori industriali.

Elefante Africano
1) ARTE, ARREDAMENTO e GIOIELLERIA. Il re indiscusso del settore è l’avorio, ricavato dalle zanne di elefanti africani. Molto ambito come status symbol o per il semplice vanto di possedere un oggetto illegale e difficile da reperire, viene usato nella produzione di gioielli e oggetti di artigianato. Gli elefanti in questione vengono cacciati per lo più in Kenya, Tanzania, Mozambico e Uganda, secondariamente anche Nigeria, Togo, Cameron, Gabon e Congo; l’avorio ricavato transita principalmente via mare, “fa scalo” in Paesi come Vietnam, Emirati Arabi e Singapore e viene destinato soprattutto a Cina e Malaysia. Sommando il bracconaggio alla mortalità naturale, si stima che oltre 100.000 elefanti siano stati uccisi solo fra il 2007 e il 2013. Nel 1979 se ne contavano 1.3 milioni, oggi ne rimangono appena 500.000

2) MODA. I rettili sono i principali bersagli, presi di mira per le loro pelli, con cui si realizzano accessori di tutti i tipi come borse, scarpe o vestiti. Fra gli Alligatoridi, parliamo di 4 specie di coccodrilli, 3 specie di caimani (come il caimano bruno) e l’alligatore del Mississippi. Fra le lucertole, 2 specie di tegu e 2 specie di varani (come il varano d’acqua comune). Fra i serpenti, il cobra sputatore indonesiano, il serpente dei ratti indiano, il pitone rosso coda-corta e il pitone reticolato. Prelevati soprattutto in Cambogia, Indonesia, Malaysia, Argentina e USA, la loro principale destinazione è Singapore, ma una buona fetta se la aggiudicano anche USA, Giappone, Cina, Spagna, Francia e Italia. Secondo i dati della CITES, solo fra il 2005 e il 2013, tutto ciò ha comportato l’uccisione di circa 14 milioni di esemplari di specie protette.
Tigre Siberiana

Rientrano in questo settore anche altre specie come la lontra di fiume, la foca bruna, il pecari e famosi grandi felini come linci, tigri, leoni asiatici, leopardi delle nevi e leopardi nebulosi. Il loro commercio si sviluppa per lo più fra Paesi africani come Guinea, Cameron, Gabon, Kenya e Sud Africa, e Paesi asiatici come Indonesia, Malaysia, India, Thailandia, Vietnam, Cina, Emirati Arabi e Turchia. Il motivo del loro pregio? Principalmente la pelle, usata come ornamento o per semplice status symbol. Nel caso delle tigri, quasi qualsiasi parte del loro corpo è considerata preziosa, un po' per trofei, un po' per vesti rituali, un po' per amuleti e un po' per medicina tradizionale. C’è da ringraziare queste “ragionevoli” motivazioni se oggi rimangono appena 3200 tigri in tutta quanta l’Asia.

3) CIBO, TONICI e MEDICAMENTI. Sono molte le culture in cui, ancora oggi, si ritiene che parti del copro di certi animali siano capaci di curare malattie o perfino conferire abilità dell’animale stesso. Spesso si tratta di credenze così radicate che, anche quando esistono alternative come erbe medicinali, non vengono abbracciate perché non ritenute altrettanto efficaci. È il caso della bile di orso, che contiene il principio attivo UDCA (acido ursodesossicolico), indicato nel trattamento della colangite biliare primitiva. Questo ricopre di “attenzioni indesiderate” cinque specie di orso, cioè l’orso nero asiatico, l’orso nero americano, l’orso bruno, l’orso malese e l’orso labiato. Bisogna ucciderne ben 118 per ricavare appena 1kg di bile.

Altro animale sul podio del settore è il pangolino, un mammifero insettivoro di cui esistono 8 specie, 4 in Africa e 4 in Asia. La sua carne viene tradizionalmente consumata come cibo, la pelle viene usata nel settore conciario e le scaglie sono molto richiese nella medicina tradizionale. Viene cacciato soprattutto in Indonesia, Malaysia, Thailandia, Uganda, Myanmar, Sierra Leone e Filippine, ed esportato quasi totalmente verso Cina e Vietnam. Secondo le stime del “World Wildlife Seizures”, fra il 2007 e il 2013 sono stati contrabbandati circa 15.000 pagolini ogni anno (e si ritiene che si tratti comunque di una piccola fetta di tutto il mercato illegale).

Rinoceronte Bianco del Sud
Infine il rinoceronte, di cui esistono 2 specie in Africa (rinoceronte nero e bianco) e 3 specie in Asia (indiano, di Sumatra e di Giava). Viene braccato da decenni per il suo corno, considerato come un altro dei tanti status symbol, usato in gioielleria e arredamento, e soprattutto creduto un rimedio contro febbre e disturbi cardiovascolari. Quelli africani sono i più contrabbandati, cacciati in Sud Africa, Mozambico, Zimbawe e Kenya, transitano spesso da Emirati Arabi ed Europa, e vengono destinati a Vietnam, Cina, Irlanda, Repubblica Ceca, USA e Thailandia principalmente. Per contare quelli rimasti basta poco: circa 20.000 rinoceronti bianchi, 5.000 neri, 2000 indiani, 300 di Sumatra e 50 di Giava; e considerate che, fino al 1960, solo quelli neri erano più di 100.000.

4) ANIMALI DOMESTICI, ZOO e ALLEVAMENTO. Sulla scia di un delirio simile a quello dello status symbol, una grossa fetta della tratta illegale di animali ha lo scopo di arricchire collezioni personali o creare delle attrazioni capaci di attirare flotte di turisti. È il caso delle grandi scimmie, principalmente orangutan, scimpanzé, bonobo e gorilla.

Ancora più colpite le tartarughe di acqua dolce, come la testuggine dal vomere del Madagascar, la tartaruga collo di serpente dell’Indonesia e la tartaruga scatola flavomarginata della Cina. Cacciate ed esportate soprattutto nel Sud, nel Sud-Est e nell’Est dell’Asia, lo scopo è appunto quello di farne degli animali domestici, ma anche di ricavarne della carne da consumare, oppure ossa e cartilagine da usare nella cosmesi e nella medicina tradizionale. Secondo i registri del “World Wildlife Seizures”, solamente fra il 2005 e il 2015 sono state confiscate circa 88.000 tartarughe vive destinate al mercato illegale.

Ara dalle ali verdi (sinistra) e Ara gialloblù (destra)

Ma quelli più presi di mira sono gli Psittaciformi, meglio noti come “pappagalli”, e che comprendono varie specie come gli ara, i cacatua e i parrocchetti. Dal 2006 dominano il mercato degli uccelli contrabbandati nel settore, vengono catturati soprattutto in Paesi del Sud America come Messico, Boliva e Perù, o in Paesi africani come Cameroon, Congo, Guinea, Chad e Nigeria, e sono esportati per lo più verso USA, Europa, Penisola Arabica e Singapore. Esistono allevamenti, ma non tutte le specie sono facilmente allevabili, e così il grosso degli animali viene prelevato dal selvatico. Visto, poi, che vengono catturati principalmente i pulcini, e che il trasporto avviene per lo più via mare (particolarmente stressante per questi uccelli), tutto ciò si traduce in un elevato tasso di mortalità e in un gran numero di uccelli contrabbandati, cioè circa 17 milioni di esemplari dal 1980 fino ad oggi.

5) FRUTTI DI MARE. Tutte e sette le specie di tartarughe marine sono oggetto di caccia illegale per la loro carne e le loro uova, ma anche per ricavarne oggetti ornamentali. Indonesia, Vietnam e Cina risultano i Paesi più recentemente coinvolti: per dirla in numeri, fra il 2005 e il 2014 sono stati intercettati nel mercato nero 3600 tartarughe e 31.500 uova. Vi sembrano poche? Aspettate a dirlo. Se considerate che ogni tartaruga raggiunge la maturità sessuale intorno ai 35 anni e che, in media, sopravvive un cucciolo su una covata di 1000 uova, capite bene che numeri così “bassi” hanno un impatto ecologico enorme.

Tartaruga Liuto
Altra specie del settore è l’anguilla, largamente consumata come cibo in Cina e Giappone. L’anguilla europea viene catturata soprattutto in Spagna, secondariamente in Portogallo e Regno Unito, ed esportata più che altro verso la Cina. Globalmente, solo fra il 2011 e il 2015 sono stati schedati milioni di esemplari di contrabbando, tant’è che l’anguilla giapponese è considerata specie a rischio dal 2009, mentre dal 2010 l’Unione Europea ha proibito l’esportazione di quella nostrana.

Soprattutto, comunque, la risorsa più ricercata del settore è il caviale, ricavato dalle uova non fecondate di storioni e pesci spatola. Parliamo di 28 specie interessate, pescate soprattutto nel Nord America, nel bacino del Danubio e nel Mar Caspio da Paesi come Iran, Russia, Kazakistan e USA, per poi essere esportato più che altro verso Francia, Germania, Svizzera, Russia e USA. Ad oggi, dato che la pesca intensiva ha portato queste specie quasi all’estinzione, e che nel frattempo si sono sviluppate tecniche di acquacoltura che permettono di allevarle in cattività, il loro mercato illegale si è molto ridotto, e si pensa che si concentri soprattutto a livello locale intorno al Mar Caspio. Tuttavia, solamente in questa zona, la caccia sconsiderata ha portato la popolazione di storioni da 100 milioni nel 1987 a circa 44 milioni ai giorni nostri; non per nulla, nel 2010, la IUCN (Unione internazionale per la conservazione della natura) l’ha dichiarata fra una delle specie a più alto rischio di estinzione al mondo.

Palissandro Africano
6) MOBILIO. E se vi dicessi che, oltre ad animali, il bracconaggio interessa anche delle piante? Si dà per scontato che, quando si parla di “caccia”, si parla solo di fauna, e invece si parla anche di flora. Un esempio per tutti è il palissandro, nome che indica un’ampia gamma di specie di alberi tropicali come il palissandro della Birmania (o “tamalan”), il padauk della Birmania e il palissandro africano (o “kosso”). Il loro legno, spesso fragrante e fatto di sfumature cromatiche molto particolari, è molto apprezzato nell’industria immobiliare per ricavarne mobili, parquet, strumenti musicali o incisioni per l’iconografia religiosa. Viene prelevato per lo più in Paesi come Malaysia, Papua Nuova Guinea, Myanmar, Isole Salomone, Congo, Madagascar e India, ed esportato più che altro verso Emirati Arabi e Cina

7) COSMESI e PROFUMI. Altro settore in cui sono coinvolte delle specie vegetali, da cui si ricavano oli essenziali, profumi, incensi, cosmetici, o articoli per toilette. Il prodotto più famoso è sicuramente l’agar, detto anche “agarwood”, “gaharn”, “jinko” o “oud”, cioè una resina aromatica estratta da sei generi di alberi, principalmente Aquilaria, Gyrinops e Gonystylus. India, Indonesia e Malaysia sono i principali esportatori, mentre Emirati Arabi e Cina i principali importatori. Anche in questo caso esistono piantagioni, ma la qualità dell’agar prodotto non è paragonabile a quella naturale, e così ecco che fra il 2005 e il 2014 sono stati abbattuti in natura circa 70.000 alberi.

E in Italia? Pochi, ma "buoni"


L’Italia, così come l’Europa in generale, è uno dei principali consumatori di pelli di rettili e pellame pregiato in generale, destinati all’industria della moda. Di tutti i tipi di reati ambientali, quelli contro animali e fauna selvatica si piazzano al secondo posto in classifica: i dati del 2017 della CITES parlano di 20.000 accertamenti su animali vivi o loro derivati intercettati nel commercio internazionale; a livello nazionale, secondo il WWF, ogni anno vengono uccisi illegalmente oltre 6 milioni di uccelli, soprattutto fra acquatici e passeriformi.
Lupo Grigio

Secondo il dossier “Bracconaggio Connection” realizzato dal WWF, le aree più critiche sarebbero quattro. Una, le valli bresciane e bergamasche, dove si fa incetta di uccelli come pettirossi, tordi, scriccioli, fringuelli, cince e gufi, che vengono destinati al commercio, a piatti della cucina tradizionale, o a fare da richiami vivi per la cattura di altri esemplari. Al secondo posto il delta del Po, paradiso del bracconaggio nei confronti di uccelli migratori (soprattutto acquatici) e pesci d’acqua dolce come lo storione comune o lo storione cobice. Segue la Sicilia, dove i bracconieri prelevano pulcini dai nidi di aquila del Bonelli, falco lanario e capovaccaio per poi rivenderli a collezionisti, allevatori o falconieri, specialmente del nord Europa e del Medio Oriente. Infine, il “triangolo” Toscana – Marche – Romagna: le credenze nei confronti del lupo come animale “nocivo” e “pericoloso” sono ancora talmente radicate che non solo viene ucciso, ma parti dell’animale o l’intero cadavere vengono perfino esposti pubblicamente all’ingresso di paesi, su cartelli stradali o alle fermate di autobus, come successo nel 2017 a Pitigliano, Suvereto e Rimini.

L'identikit del bracconiere moderno


Ieri plebei affamati, oggi criminali organizzati


Se la figura del bracconiere che vive nel vostro immaginario è quella di un contadino ignorante, burbero e ottuso che cattura qualche fringuello per risparmiare sulla spesa, o che uccide qualche lupo che gli minaccia il bestiame, preparatevi a fare marcia indietro. In alcuni casi è davvero così, come in quelli italiani che ho appena descritto; anzi, in certi altri dietro al reato si nasconde la necessità: sembrerà incredibile, ma anche in Italia esistono situazioni economiche così gravi da spingere alla caccia illegale per vero e proprio fabbisogno di cibo. Figuratevi, quindi, quale può essere la situazione nei Paesi più poveri del mondo.

Tutto questo, però, non è che una goccia nell’oceano, e il motivo risiede nell’enorme giro d’affari che sta dietro al commercio illegale di specie selvatiche. Secondo la UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente), il saccheggio illegale di natura (compreso di tagli di foreste, estrazioni minerarie e commercio di rifiuti tossici) vale circa $ 213 miliardi all’anno, il che lo rende il 4° principale mercato criminale dopo il traffico di droga, di beni contraffatti e di esseri umani; solo il commercio di specie selvatiche è stimato sui $ 23 miliardi all’anno. Vi state chiedendo come è possibile raggiungere queste cifre? È presto detto. Tanto per fare tre esempi, calcolate che 1kg di avorio vale 100 $ a livello locale e 3000 $ sul mercato internazionale; il caviale ricavato dallo storione beluga, la specie più rinomata, tocca i 10.000 $/kg; un corno di rinoceronte può arrivare perfino a 66.000 $/kg, superando di netto sia oro che platino.

Capite bene, allora, che questi numeri fanno di flora e fauna selvatica una facilissima fonte di alti profitti, e non per contadini, ma piuttosto per movimenti insurrezionali, gruppi terroristici e criminalità organizzata. Narcotrafficanti del Sud America, “Lord’s Resistance Army” del Congo e “Boko Haram” della Nigeria, Separatisti del Kashmir in India, clan mafiosi in Italia. I bracconieri di oggi, in molti casi, sono veri e propri eserciti armati, che a volte agiscono in prima persona, in altre sfruttano popolazioni locali con minacce o con la promessa di facili guadagni. Riescono a far arrivare i prodotti sul mercato nero grazie ad una fittissima rete di collegamenti, spesso ottenuta tramite corruzione di funzionari pubblici (che omettono controlli) e operatori di mezzi commerciali (che fanno arrivare la merce fino a porti e aeroporti principali). Nonché tramite il deep web, quella “parte nascosta” del web in cui, secondo la IFAW (International Fund for Animal Welfare), il 70% dei prodotti di fauna selvatica venduto è illegale
Militanti di "Boko Haram"

Secondo il rapporto della UNODC, comunque, considerando i numeri di esemplari coinvolti e il loro valore sul mercato, il coinvolgimento di questi gruppi può essere valido nel caso del commercio di grandi felini, rinoceronti e volatili, ma non, per esempio, nel caso dell’avorio: la maggior parte, oggi, proviene da Paesi in stato di pace come la Tanzania, non da Paesi che ospitano gruppi insurrezionali; inoltre, a differenza di eroina e cocaina, la “fonte” dell’avorio (cioè gli elefanti) non è illimitata. Tutto questo suggerisce allora che il commercio sia trattato da “specialisti del settore”, e che i valori così elevati sul mercato siano il frutto di speculazione più che di reale domanda. 

L'altro bracconaggio: "vendetta" e fabbisogno di cibo


Oltre ad un bracconaggio “per commercio”, come quello che ho descritto fino ad ora e che è di sicuro quello più influente, ne esiste almeno un altro tipo, quello cosiddetto “per ritorsione”, di sicuro il più ironico di tutti. Fra deforestazioni e urbanizzazione, l’uomo sta invadendo sempre di più gli ultimi spazi “incontaminati” rimasti sul pianeta, tanto che ha già trasformato (o distrutto) circa i 2/3 delle terre emerse. Questo ha portato a ridurre sempre di più gli habitat di numerosissime specie, per cui c'è poco da stupirsi che si possa assistere ad episodi di questo tipoelefanti che si abbeverano a pozzi di zone desertiche, primati che saccheggiano coltivazioni, lupi e grandi felini che attaccano il bestiame allevato. Insomma, un altro dei tanti esempi di problemi che, gira e rigira, l'uomo si ritrova ad affrontare nientedimeno che per colpa sua. Ma ormai si sa, l'ignoranza rende più ciechi di una talpa, e così ecco che la soluzione adottata da alcuni è quella di addossare la colpa agli animali stessi ed ucciderli "per vendetta".

Boscimani nel Kalahari (di Basie Van Zyl) 
Infine, il bracconaggio “per sussistenza”, di cui spesso vengono accusate ingiustamente le popolazioni indigene. Boscimani, Baiga, Soliga, Munda, Khadia, tutte popolazioni native di Africa o India che sopravvivono da millenni in queste terre solamente di caccia e raccolta. La fauna selvatica, per molte di queste, rappresenta ancora oggi l’unico modo di integrare proteine nella loro dieta, eppure il problema delle estinzioni non si sono mai ritrovate a fronteggiarlo. Poi sono arrivati i colonialisti, le multinazionali, la criminalità organizzata e i gruppi terroristici; gli habitat sono stati devastati, gli animali cacciati senza ritegno, innumerevoli specie condotte all’estinzione; così, grazie anche alla pressione di associazioni conservazioniste, sono state create riserve naturali e sono state emanate leggi contro la caccia di frodo. Ma sono anche state sfrattate dalle loro terre di origine tutte queste popolazioni.

Le proteste non hanno tardato a farsi sentire, e infatti sono state approvate delle leggi che hanno riconosciuto a questi popoli il loro diritto di continuare a vivere nelle terre dei loro antenati. Eppure, ormai da decenni, questi indigeni continuano ad essere accusati di bracconaggio, vengono cacciati, ingannati con false documentazioni di risarcimento, minacciati, o perfino torturati ed uccisi da autorità locali e “guardiaparco”. E intanto, nel Botswana, l’Organizzazione del Turismo utilizza immagini di cacciatori Boscimani per attirare i turisti, e collezionisti di trofei pagano fino ad 8.000 $ per cacciare all’interno di ranch privati che sono esentati dai divieti sulla caccia.

Le conseguenze del bracconaggio sono ambientali, socio-economiche e sulla salute pubblica


Desertificazione, cambio del clima e migrazioni di massa


Dopo la distruzione degli habitat, il commercio illegale di specie selvatiche è considerato la 2^ più grande causa di estinzioni. E infatti, che cosa succede quando una specie vivente si estingue? È vero che si producono delle conseguenze a cascata sull’ecosistema intero e, quindi, anche su noi umani? Sono domande a cui si potrebbe rispondere come minimo con un altro intero articolo come questo, ma un accenno lo possiamo già fare.

Fra le specie vegetali, un caso per tutti è quello del palissandro africano. È nativo del Sahel, quella fascia di territorio dell’Africa sub-sahariana che tocca più di una decina di Stati dall’ovest all’est del continente. È una pianta piuttosto resistente al fuoco, è un ottimo azoto-fissatore e sopravvive bene, per l’appunto, in zone desertiche. Tutto questo lo rende una specie ideale per mantenere o ripristinare il contenuto di nutrienti del suolo e, ovviamente, rappresenta un’importante disponibilità di vegetazione in zone aride. Se dunque viene prelevato in quantità eccessive, il risultato inevitabile è quello di esporre le aree in cui cresce al rischio di desertificazione, da cui estinzione di altre specie, perdita di nutrienti del suolo, avanzamento del deserto, compromissione di agricoltura e allevamento, e migrazione delle popolazioni che da queste dipendono.  

Per il Regno Animale, l’esempio della tigre è quello che rende meglio l’idea. Come al solito, è una questione di equilibrio: da che mondo è mondo, un predatore, il più delle volte, si nutre di animali erbivori, che a loro volta si nutrono di vegetazione; se il bilancio fra i tre si mantiene in pari nessun problema, ma se, per esempio, i predatori vengono a mancare, succede che gli erbivori si diffondono, e allora la vegetazione si dirada. Nel caso della tigre, è stato calcolato che, per ogni esemplare protetto, si conservano oltre 10.000 ettari di foresta. E parliamo di un animale che non solo sta al vertice della catena alimentare, ma che è diffuso negli habitat più svariati e di più grande importanza ecologica al mondo. Cacciare fino all’estinzione una specie come questa, allora, significa danneggiare interi ecosistemi, e quindi compromettere la stabilità climatica, la difesa da eventi estremi e perfino la disponibilità di acqua e cibo per le popolazioni che vivono in queste aree.

I Paesi più poveri sono derubati della loro possibilità di riscatto


Il turismo, e in particolare l’ecoturismo, è oggi riconosciuto come fattore chiave per lo sviluppo del 90% di quei Paesi che sono ricchi di biodiversità, ma che sono fra i più poveri del mondo. È stato stimato che un solo esemplare di leone può fruttare 500.000 $ all’anno per la sola economia locale. Il turismo legato alle balene, nel 2008, ha fatturato nel mondo $ 2.1 miliardi e ha creato 13.000 posti di lavoro. In Italia, le attività di immersione nell’Area Marina Protetta di Tavolara, legate anche alla presenza di cernie, hanno generato € 23 milioni solamente nel 2009.

Il bracconaggio, allora, è sia causa che conseguenza dell'instabilità sociale e politica di certi Paesi: una conseguenza, perché è una facile alternativa sia di cibo che di profitti in Stati dilaniati da guerra, fame e povertà; ma anche una causa, perché priva questi stessi Stati delle loro migliori fonti di sviluppo. Insomma, è proprio il caso di dirlo: una qualsiasi specie vale molto di più da viva che da morta

Spillover: il “salto di specie” all’origine della COVID-19


Le foreste rappresentano l’habitat per l’80% della biodiversità sulla Terra. Quelle tropicali sono le più ricche di vita, capaci di ospitare milioni di specie che non sono soltanto animali e piante, ma anche funghi, batteri e virus. Per la maggior parte di tratta di parassiti “benevoli”, cioè che non riescono a vivere al di fuori del loro organismo ospite, e che quindi vivono in equilibrio con esso; in pratica, quell’organismo fa da “portatore sano”. I Coronavirus non fanno eccezione: sono una vasta famiglia di virus diffusa per lo più fra uccelli e mammiferi, negli anni passati ne sono stati scoperti oltre un centinaio solo sui pipistrelli che vivono nella Grotta Shitou, in Cina, per la maggior parte innocui, ma almeno una dozzina appartenenti al gruppo “SARS”; a livello globale, si stima che possano esistere migliaia di Coronavirus ancora sconosciuti ospitati in varie specie di pipistrelli.
Pipistrello Frugivoro

E perché proprio loro? Il fatto è che parliamo di animali che hanno una lunga storia evolutiva, cosa che li ha portati a entrare in contatto (ed in equilibrio) con molti virus. In più sono capaci di volare, il che significa che possono contrarre virus (e diffonderli) su aree molto ampie. Sono molto abbondanti in Asia, in particolare nella Cina meridionale, così come in Medio Oriente, Africa ed Europa. E soprattutto sono molto sociali, tanto che in un unico sito se ne possono trovare fino ad 1 milione. E questo è un fattore cruciale: so che sfugge molto al nostro concetto di “essere vivente”, ma anche un virus lo è, e come tale è capace di evolversi e mutare; ecco perché una grotta di pipistrelli, vero e proprio “magazzino naturale” di virus, è l’ambiente perfetto in cui questi possono mescolare il proprio genoma non solo con quello di moltissimi individui, ma anche con quello di moltissimi altri virus, dando così origine a dei ceppi nuovi di zecca.

Ed è a questo punto che entra in gioco il bracconaggio. Nei mercati dove si smercia la fauna selvatica, gli animali vengono ammassati all’interno di gabbie anguste, venduti vivi o macellati sul posto. Tra contatto diretto, graffi, morsi e scambio di liquidi corporei, se i virus trovano ospiti “più favorevoli”, è molto facile che si verifichi il famoso “spillover”, cioè il passaggio di un virus da una specie all’altra, cosa che porta alla nascita di altri nuovi ceppi. Nel caso del SARS-CoV-2, le analisi del genoma fanno pensare che tutto sia partito da dei pipistrelli frugivori originari di Yunnan, poi è “saltato” ad una specie intermedia (forse il pangolino, ma non è ancora certo), e da lì è arrivato fino all’uomo.

Prima del SARS-CoV del 2002, i Coronavirus erano relativamente sconosciuti, e associati a poche patologie come il comune raffreddore. Il SARS-CoV-2 è un nuovo ceppo di Coronavirus, che ha il 70% del patrimonio genetico simile a quello del SARS-CoV, ma se ne differenzia per essere più contagioso; tra l’altro, a sua volta è diviso in due ceppi, uno di origine ancora ignota, l’altro è quello che ha causato la pandemia, più contagioso del “fratello”, e che ha avuto origine a Wuhan. Un posto dove, per l’appunto, si trova uno storico mercato di fauna selvatica.

È la prima volta nella storia che assistiamo ad una cosa del genere? Assolutamente no. La COVID-19 è uno dei tanti esempi di zoonosi, cioè malattie trasmesse all’uomo da altri animali. Ad oggi se ne conoscono oltre 200, tant’è che il 75% delle malattie umane conosciute deriva da zoonosi, e il 60% delle cosiddette “malattie emergenti” è trasmesso da animali selvatici. Ma le zoonosi emergenti compaiono oggi ad un ritmo mai visto prima: Ebola (1976 e 2014), HIV-1 e HIV-2 (1983-1986), West Nile (1999), SARS (2002), influenza aviaria H5N1 (2003), influenza suina H1N1 (2009), MERS (2012), influenza aviaria H7N9 (2013) e Zika (2014). Tutte zoonosi partite da animali selvatici come pipistrelli, primati, uccelli o zanzare, poi passate ad ospiti intermedi tipo i suini (H1N1), i dromedari (MERS), le civette delle palme (SARS-CoV) o, forse, il pangolino (SARS-CoV-2), e che hanno causato da centinaia a milioni di vittime, e danni economici per miliardi di dollari a testa. Per non parlare della comune influenza stagionale: i tipi A e C, storicamente trasmessi all'uomo da uccelli e suini, ogni anno colpiscono circa 1 miliardo di persone e causano fra 123.000 e 203.000 vittime

Nel caso della COVID-19, aggiungete il bracconaggio ad un mondo sempre più globalizzato con collegamenti rapidissimi, alte densità di popolazione, fenomeni di immigrazione sempre più massicci e frequenti, malattie da inquinamento atmosferico che affliggono milioni di persone, ed ecco che “la frittata è fatta”: pandemia, 117 milioni di contagiati, 2.6 milioni di vittime (marzo 2021) e $ 150 miliardi di danni (maggio 2020).

Corruzione, pene inadeguate e divergenze legali: la legislazione funziona, ma ci sono buchi da tappare

L’istituzione della CITES e suo progressivo aggiornamento, lo sviluppo di tecniche di allevamento come l’acquacoltura, la creazione di aree protette, l’azione e la divulgazione di associazioni conservazioniste hanno contribuito non poco alla diminuzione del commercio illegale di specie. Ancora molto c’è da fare, però, sia a livello nazionale che internazionale.

Il catalogo della CITES comprende oggi 35.000 specie, ma sono milioni quelle minacciate e non ancora regolate. Inoltre, la CITES rappresenta una lista delle specie che la comunità internazionale ha accettato di proteggere, ma non regola ogni aspetto del mercato illegale: i piccoli mercati locali, anche se legali, sono di giurisdizione nazionale, così come il bracconaggio, che comporta un enorme danno ambientale anche se i suoi prodotti non vengono esportati.

Le leggi nazionali, spesso, regolano il possesso, l’uso e il commercio delle sole specie locali, non anche di quelle esotiche, col risultato che ogni Paese detta le proprie regole. Così accade che, per una stessa specie, in uno Stato sorgente è legale il prelievo ma non il commercio, ma in uno Stato di destinazione il commercio è legale; oppure, la specie è stata prelevata illegalmente nello Stato sorgente, ma il destinatario non ha basi legali per rifiutare il suo ingresso; o addirittura, né la sorgente né la destinazione hanno leggi che regolamentano una certa specie. Senza contare che, come nel caso dell’Italia, le pene previste per il reato di bracconaggio fanno ridere, se paragonate alla gravità di cacciare specie protette e a rischio di estinzione.

E quando anche tutto questo fosse “in regola”, c’è la questione della corruzione, che porta alla contraffazione di documenti di transito, e soprattutto quella della difficoltà economica di molti dei Paesi coinvolti: gli organismi di controllo sono poco attrezzati, le ispezioni sono scarse, gli agenti non hanno né i mezzi né la formazione per riconoscere le migliaia di specie coinvolte e le migliaia di forme con cui possono essere commerciate.

Le vere radici del problema

Riforma del sistema sanzionatorio, coordinazione legale internazionale, approccio multidisciplinare che comprenda ecologia, sociologia, antropologia e epidemiologia. È evidente che sono questi i “chiodi” su cui bisogna battere per risolvere il problema, ma non sono gli unici, e di sicuro nemmeno i principali.

Prendete il caso della Cina: nel febbraio 2020 ha annunciato il divieto permanente di consumo e commercio di prodotti di fauna selvatica, salvo per scopi di ricerca. Ma quanto può essere efficace un divieto contro secoli e secoli di tradizione? Di sicuro è una svolta importante e necessaria, che degli effetti positivi li avrà, ma a cosa può servire “proibire” se le credenze e le abitudini delle persone in tema di salute e alimentazione rimangono le stesse? Probabilmente servirà ad alimentare il mercato nero sempre di più. Questo è per dire che, come al solito, le leggi non sono altro che un palliativo: buone per risolvere il sintomo del problema, ma solo fino a quando non si conosce e si agisce sulla causa.

E questa causa si conosce? Non solo si conosce, ma si conosce talmente bene da sapere che ce n’è più di una, e il bello è che sono sotto gli occhi di tutti. Come spesso accade, per trovare le risposte basta porsi le giuste domande: che cosa può giustificare, ancora oggi, un odio e una paura tanto inveterate nei confronti di animali come il lupo? Come si spiega che i maggiori gruppi terroristici del mondo sorgono nei Paesi più poveri in economia ma più ricchi di risorse? Com’è possibile che milioni di persone continuino ad affidare la propria salute a tecniche tradizionali? Cosa si nasconde dietro al famigerato “status symbol”?

Qualcuno le bollerà subito come “seghe mentali”, ma pensate che nelle risposte a queste domande si cela il motivo per cui oggi ci ritroviamo in mezzo ad una pandemia. Come nel caso degli effetti delle estinzioni, forse non basterebbe un articolo a testa per chiarirle tutte, ma un’infarinatura generale si può sempre fare: prendete un’istruzione scolastica fatta di nozionismo inutile, una scarsa abitudine alla lettura e finanziamenti pilotati verso altri interessi, e otterrete una cultura ambientale che rasenta lo zero; prendete l’80% del PIL mondiale, concentratelo nelle mani di pochi Paesi, poche industrie e poche famiglie, e otterrete povertà, ignoranza e malcontento che alimentano superstizioni, terrorismo e estremismi di ogni sorta; e infine aggiungeteci una pessima cultura psicologica, e dei media che spingono verso modelli sociali fatti di apparenza e consumismo, e otterrete persone che identificano sé stesse con gli oggetti che possiedono piuttosto che con le persone che sono. Queste sono le vere “radici del problema”, e finché agiremo sul resto sarà solo un tampone.

C’è chi dice che bisogna andare dagli indigeni a insegnargli come essere sostenibili, prima che la loro caccia porti all’estinzione di qualche “specie chiave”. Un’affermazione di un’arroganza senza precedenti, visto che se quella specie è a rischio la colpa è del resto del mondo. La verità è che gli indigeni sanno essere ecologici e sostenibili da migliaia di anni, senza nemmeno sapere che nel vocabolario esistono parole per definirlo. Forse sono loro che devono insegnare qualcosa a noi


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Fonti:

venerdì 10 aprile 2020

Che aria tira nel mondo?

Fonti e protagonisti dell'inquinamento, i suoi responsabili e gli effetti sull'ambiente

Quando si dice “inquinamento atmosferico” probabilmente a molti vengono in mente tre immagini: un pennacchio di fumo nero che si alza da una ciminiera, cinesi con una maschera sulla faccia che “nuotano” nello smog di Pechinostrade intasate dal traffico di una metropoli americana. Non è che siano immagini sbagliate, ma siccome a molte persone vengono in mente soltanto queste, è segno che la cultura ambientale scarseggia: uno si affaccia alla finestra di casa sua, non vede né fumo, né smog, né traffico, e allora crede di vivere nell’ultimo paradiso terrestre.

La realtà dei fatti è che l’aria inquinata è ormai quasi ovunque e che la maggior parte degli inquinanti non si vede, non si odora e ha dei nomi che richiedono qualche secondo per essere pronunciati. Circa 1/3 dell’energia elettrica mondiale è ancora oggi prodotto grazie alla combustione del carbone, e $ 300 miliardi ogni anno vengono regalati come sussidi a quelle stesse fonti energetiche che minacciano la sopravvivenza di tutto il pianeta. E mentre in tutta Europa si sbraita di bandire auto a benzina e diesel entro il 2040, veicoli non più “a norma” vengono svenduti a Paesi in via di sviluppo.

Vi sembra un quadro perfino più nero del fumo che ho menzionato prima? In effetti un po' lo è, ma come sempre il potere di cambiare le cose è nelle mani di tutti noi. Vi diranno che c’è da smettere di mangiare carne o di usare aria condizionata, o che la riduzione del traffico dovuta alla COVID-19 sarà un toccasana a lungo termine, ma in realtà questa “partita” si gioca su ben altri “campi”. Volete sapere quali? Beh, per capire le soluzioni, prima di tutto c’è da capire il problema

Cosa si intende per "inquinamento atmosferico"?

Ormai siamo talmente abituati all’espressione che molti la usano senza nemmeno sapere cosa si intende. Ma da quando esiste questo inquinamento? Quali sono gli inquinanti e come vengono emessi? Che effetti hanno? Ma soprattutto: cosa distingue l’aria “buona” da quella “inquinata”?

Tanto per cominciare, quella che comunemente chiamiamo “aria” non è un’unica sostanza, ma una miscela, quindi un insieme di varie sostanze. Quella che respiriamo oggi esiste da circa 1 miliardo di anni e la sua composizione originale è fatta al 78% di azoto (N2) e al 21% di ossigeno (O2); il restante 1% è rappresentato da argon (Ar), vapore acqueo (H2O), biossido di carbonio (CO2), neon (Ne), elio (He), metano (CH4), idrogeno (H2), kripton (Kr), xenon (Xe) e ozono (O3). Ha uno spessore di circa 500km, ma il 99% di tutta la sua massa è contenuto nei primi 30km, quindi la sua composizione non è omogenea: il vapore acqueo, per esempio, si trova quasi del tutto nei primi 12km, mentre l’ozono è per lo più fra 10km e 50km, a formare il famoso “strato di ozono” che ci scherma dai raggi UV (ultravioletti).

Chiarito questo, facciamo attenzione a non confondere il termine “contaminante” con quello di “inquinante”. Il primo è una sostanza estranea alla composizione originale, può anche essere di origine naturale, e non causa necessariamente dei danni. Il secondo, invece, può anche essere una sostanza già presente ma la cui concentrazione raggiunge livelli anomali; può essere dato sia da sostanze che da luce, suoni o radiazioni; deriva da attività umane e causa sempre dei danni. Come vedremo meglio fra poco, un inquinante può essere solido, liquido, gassoso o un mix, e può essere primario o secondario, cioè emesso nell’ambiente tale e quale, oppure prodotto a sua volta da altri inquinanti.

La "lista della spesa" degli inquinanti

È una lista un po' lunga e, a volte, fatta di nomi veramente strani, ma purtroppo gli inquinanti emessi sono davvero tanti, rifatevela con i colpevoli della loro emissione. Se non altro, alla fine li avrete chiari una volta per tutte.

GAS SERRA. Di sicuro i più famosi fra gli inquinanti, quelli che causano il famigerato “effetto serra” di cui parlerò più avanti. Dal più abbondante al meno abbondante, parliamo di diossido di carbonio (CO2, 81%), metano (CH4, 11%), protossido di azoto (N2O, 5%), idrofluorocarburi (HFC, 2%) e perfluorocarburi (PFC, <0.2%); secondariamente, anche di vapore acqueo e ozono (O3). Il CO2 è prodotto soprattutto dalla combustione di idrocarburi, tant’è che le attività umane lo hanno fatto quasi raddoppiare in appena 150 anni (280mg/kg in epoca pre-industriale, 412mg/kg nel 2020); quello prodotto in surplus riesce a rimanere in atmosfera per centinaia di anni. Il metano rimane in atmosfera per circa un decennio, ma è 25 volte più efficace del CO2 nel trattenere calore; ha sorgenti naturali come la decomposizione di materia organica, ma più della metà è prodotto da combustibili fossili, agricoltura e allevamento. Anche N2O proviene da decomposizione, ma il grosso proviene da fertilizzanti agricoliescrementi di animali da allevamento, combustione di biomasse e vari processi industriali; cosa più importante, rimane in atmosfera per almeno un secolo ed è 200 volte più efficace del CO2Migliaia di volte più potenti sono gli HFC, composti di idrogeno, fluoro e carbonio usati come refrigeranti negli impianti di condizionamento; ugualmente potenti i PFC, composti di fluoro e carbonio usati nella produzione primaria di alluminio e nel fissaggio dei tessuti, negli impianti di raffreddamento, nelle industrie cosmetiche e farmaceutiche, e che riescono a rimanere in atmosfera per migliaia di anni.

OSSIDI DI ZOLFO (SOX). Il principale è il diossido di zolfo (SO2), che può derivare da attività vulcanica, ma per lo più dalla combustione di gasolio, olio combustibile e carbone. Rimane in atmosfera da poche ore a qualche giorno perché è facilmente dilavato dalla pioggia, ma è irritante per occhi e gola e, in caso di esposizioni prolungata, può aggravare o creare patologie respiratorie come asma e bronchite cronica. Insieme ad acqua e NO2, inoltre, può formare acido solforico (H2SO4), da cui il fenomeno delle piogge acide.

OSSIDI DI AZOTO (NOX). Parliamo soprattutto di NO, NO2, N2O, N2O3, N2O5. Il più abbondante è l’N2O di cui ho già parlato, gli altri sono generati per lo più da processi di combustione ad alta temperatura (impianti di riscaldamento, veicoli, combustioni industriali…). Fra loro, il biossido di azoto (NO2può produrre inquinanti secondari come l’ozono, l’acido nitrico (HNO3) e l’acido nitroso (HNO2), e provoca disfunzioni respiratorie, irritazione delle mucose e aumento del rischio tumori.

MONOSSIDO DI CARBONIO (CO). Prodotto per lo più da gas di scarico di veicoli, o da combustione di gas naturale, carbone e legna. Riesce a rimanere in atmosfera per circa un mese, ad alte concentrazioni è letale, a basse concentrazioni spalmate su lunghi periodi porta a problemi respiratori.

CLOROFLUOROCARBURI (CFC). Composti gassosi di cloro, fluoro e carbonio, usati come refrigeranti, propellenti di bombolette spray, o solventi. Il loro utilizzo è bandito dal 1987, ma rimangono in atmosfera per centinaia di anni e sono i principali responsabili della distruzione dello strato di ozono.

IDROCARBURI POLICICLICI AROMATICI (IPA). Composti di carbonio e idrogeno, prodotti soprattutto da combustione di carbone, legno, prodotti petroliferi e rifiuti. Fra i più importanti il benzene o il benzo(a)pirene, considerati cancerogeni.

INQUINANTI ORGANICI PERSISTENTI (POP). Composti organici chiamati così perché molto resistenti alla decomposizione, quindi rimangono a lungo nell’ambiente. Si uniscono facilmente a tessuti organici, sono tossici, cancerogeni, interferenti ormonali e si accumulano nella catena alimentare. Fra essi il DDT, famoso pesticida, o le diossine, derivate da inceneritori, industrie chimiche e siderurgiche, o abbruciamenti di plastiche.

COMPOSTI ORGANICI VOLATILI (VOC). Composti organici che portano questo nome perché, a temperatura ambiente (20°C), passano rapidamente allo stato gassoso. Hanno anche sorgenti naturali, ma provengono soprattutto da combustibili di veicoli, pesticidivernici solventi. Alcuni, tipo l'isoprene, rimangono in atmosfera per appena 2 ore perché molto reattivi, ma contribuiscono a creare metano e ozono "troposferico" (vedi sotto). Tra essi, fra l'altro, ci sono potenti cancerogeni come benzene formaldeide.

OZONO (O3). Oltre a quello naturale ce n’è anche uno non naturale, detto “antropico” o “troposferico”: è un inquinante secondario, che si produce per reazione fra raggi UV, ossidi di azoto (NOX), monossido di carbonio (CO) e VOC. Se in atmosfera non sono presenti idrocarburi, altre reazioni che coinvolgono gli NOX contribuiscono ad eliminarlo, ma se sono presenti idrocarburi, questi reagiscono a loro volta con gli NOX; così, non essendoci più NOsufficienti ad eliminarlo, l'ozono si accumula nei primi 12km di quota. Causa danni alla vegetazione, provoca patologie respiratorie e agisce come gas serra.

NITRATI DI PEROSSIACETILE (PAN). Composti di azoto, ossigeno, carbonio e idrogeno, anche questi inquinanti secondari, prodotti per reazione fra NO2, luce solare, residui di idrocarburi e aldeidi e chetoni (a loro volta secondari). Sono irritanti per gli occhi e causano danni alla vegetazione.

AMMONIACA (NH3). Molto utilizzata come componente di fitofarmaci o fertilizzanti chimici usati in agricoltura intensiva e largamente prodotta dalle deiezioni di animali da allevamentoÈ irritante per gli occhi e le vie respiratorie, e in atmosfera reagisce con gli ossidi di azoto e zolfo per formare altri inquinanti secondari, tipo il particolato (vedi più sotto).

METALLI PESANTI. Sono chiamati così quelli che hanno una densità maggiore di 4.5g/cm3, come arsenico, cadmio, cromo, mercurio, nichel, piombo, tallio o vanadio. Hanno sorgenti naturali tipo erosione dei suoli o eruzioni, ma per lo più provengono da attività minerarie, fonderie, raffinerie, inceneritori e carburanti di veicoli. Come minimo sono tossici, se no anche cancerogeni e, come le diossine, vanno incontro a bioaccumulo, cioè non sono smaltiti dall’organismo, perciò risalgono tutta la catena alimentare.

PARTICOLATO (PM). Detto anche “polveri fini" o "polveri sottili”, la sigla “PM” deriva dall’inglese “particulate matter”, e rappresenta particelle solide o liquide di composizione varia, estremamente piccole, che rimangono sospese in atmosfera legandosi fra loro o con particelle di gas (formando gli aerosol). Può essere emesso tale e quale, oppure è un secondario che deriva da SOX, NOX o VOC, e se anche esistono sorgenti naturali come incendi o vulcani, il grosso deriva da veicoli, usura di frenipneumatici e manto stradaleemissioni industriali, inceneritori, o biomasse per il riscaldamento. Viene chiamato PM10PM2.5PM1PM0.1 o nanopolveri a seconda che abbia un diametro inferiore a 10/2.5/1/0.1/0.001 µm, ed è dannoso perché, così piccolo, può penetrare il sistema respiratorio fino agli alveoli polmonari.

SMOG. Questo termine viene usato spesso in modo generico, come sinonimo di “inquinamento”, ma in realtà è qualcosa di più specifico. Si tratta di un accumulo di inquinanti sia primari che secondari che si può osservare in centri urbani o industriali, e si verifica con condizioni meteo particolari che impediscono il mescolamento dell’aria, tipo alta pressione sommata ad alta temperatura, oppure inversione termica

Settori, Paesi e responsabili: a chi si deve l’emissione di questi inquinanti?

I trasporti, l'industria, l'agroalimentare e l'energia sono i 4 maggiori settori

Gli accenni che ho fatto nella “lista della spesa” dovrebbero avervi già fatto intuire che le maggiori fonti di inquinanti non sono affatto quelle naturali, ma piuttosto quelle umane. Secondo il rapporto della IPCC del 2014, infatti, il surriscaldamento del pianeta è dovuto alle attività umane degli ultimi 50 anni appena. Perciò, cerchiamo di capire un po' meglio: quali sono i settori che contribuiscono di più e con quali inquinanti? 

TRASPORTI. Comunemente si pensa che siano i maggiori emettitori di gas serra, ma in realtà, secondo i dati del 2016 del "Climate Watch", contribuiscono per appena il 16.2% (e il 73% di questo è fatto di veicoli). La parte più importante dell’inquinamento che provocano consiste in ossidi di azoto (NOX) e particolato, e infatti, secondo l’OMS, il traffico dei veicoli contribuisce per il 25% all’inquinamento urbano da polveri fini (generate da combustione, oppure usura di freni e pneumatici). Di sicuro influiscono fattori come l’età del veicolo, le sue dimensioni e la manutenzione, ma una buona differenza la fa il combustibilemettendo a confronto due auto con standard “Euro 6”, la benzina produce 135g/km di CO2 e il 1363% in più di monossido di carbonio (CO), ma il diesel genera 137g/km di CO2, il 40% in più di polveri fini e il 367% in più di ossidi di azoto (NOx).

PROCESSI INDUSTRIALI. Con questa espressione si intende veramente di tutto, visto che oggi quasi qualsiasi cosa è prodotta con metodi industriali piuttosto che artigianali. Comunque, la “lista della spesa” che ho fatto prima, se ben guardata, suggerisce che i settori principali siano quello minerario, chimico, siderurgico, farmaceutico, tessile, metallurgico, petrolchimico e delle costruzioni. Il panorama degli inquinanti che producono è davvero largo, ma di sicuro ci sono i gas serra, che sempre il “Climate Watch” attribuisce all’industria per il 5.2% (per lo più chimica e edilizia). Un caso interessante, ma poco chiacchierato, è quello dei farmaci: secondo una ricerca del 2015 dell’università canadese “MacMaster”, 15 fra le 200 maggiori case farmaceutiche del mondo hanno prodotto 52 milioni di tonnellate di CO2-eq (fra processi produttivi e consumo di energia elettrica). Tanto per capirci, considerate che il settore automobilistico, nello stesso anno, ne ha prodotte 46.4 milioni-eq (vedi CO2 equivalente).

AGRICOLTURA e ALLEVAMENTO. Le pratiche intensive contribuiscono molto ai gas serra e al particolato. Le polveri fini sono per lo più secondarie, originate da ammoniaca (NH3), che a sua volta deriva da fertilizzanti azotati e dalle deiezioni di animali. E così, secondo la EEA (European Environment Agency), agricoltura e allevamento si aggiudicano il 94% delle emissioni di NH3 e il 15% del particolatoMa anche con i gas serra non scherzano, visto che lo studio del “Climate Watch” gli assegna il 18.4% delle emissioni globali. Di questo, l’88% è emesso in modo diretto dai suoli agricoli, dagli abbruciamenti, dalla digestione degli animali e dalla decomposizione delle loro feci; il 12% è emesso in modo indiretto dalla distruzione di foreste “necessaria” a far spazio a pascoli e coltivazioni (perché meno foreste significa meno CO2 assorbita).

ENERGIA. Sempre a ben guardare la “lista della spesa”, si può vedere che un’altra grande causa di emissione di inquinanti è l’estrazione e l’utilizzo di biomasse e combustibili fossili (petrolio, gas, carbone e derivati). La produzione di energia, sia elettrica che termica, è appunto il principale motivo per cui queste risorse vengono estratte e utilizzate. E questa produzione quanto contribuisce a ciascun inquinante? Di sicuro contribuisce moltissimo ai gas serra: escludendo i trasporti che abbiamo già detto, è ancora il “Climate Watch” a stimare un 57% delle emissioni globali, dovuto per lo più all’uso nell’industria e nelle abitazioni (commerciali e residenziali), secondariamente ad agricoltura e pesca e ad emissioni che sfuggono nella fase di produzione.

I Paesi si contano sulle mani, per i responsabili serve un promemoria

Arrivati fino a qui, potrebbe sorgere spontanea una domanda: ma tutto questo è valido in tutto il mondo? In ogni città, in ogni Regione, in ogni Paese? Ovviamente no, non bisogna generalizzare. Almeno per quanto riguarda i gas serra, la classifica dei 10 Paesi più inquinanti al mondo nel 2015 (in ordine decrescente) è fatta da Cina, Stati Uniti, Unione Europea, India, Russia, Giappone, Brasile, Indonesia, Iran e Canada; per l’Unione in particolare, la classifica del 2017 vede Germania, Regno Unito, Francia, Italia, Polonia, Spagna, Olanda, Repubblica Ceca, Belgio e Romania. Guardando all’inquinamento da PM2.5, i 10 peggiori Paesi nel mondo nel 2019 risultano Bangladesh, Pakistan, Mongolia, Afghanistan, India, Indonesia, Bahrain, Nepal, Uzbekistan e Iraq.

Se invece andiamo a guardare le singole città, allora scopriamo che, per l’inquinamento da PM2.5, le 10 più sottoposte al mondo nel 2019 sono in India (6), Pakistan (3) e Cina (1). In Europa, 4 si concentrano in Bosnia-Erzegovina, 3 in Serbia, più una in Macedonia, una in Polonia e una in Italia (Ceglie Messapica). Per le PM10, invece, le 10 più inquinate in Italia nel 2020 sono Torino, Venezia, Padova, Rovigo, Treviso, Milano, Avellino, Cremona, Frosinone e Modena.

E che cosa dire dei responsabili (almeno per i gas serra)? Se volessimo fare qualche nome specifico, invece dei soliti termini-ombrello tipo “industria agroalimentare”, “farmaceutica”, “automobilistica” ed “energetica”? Nel caso della prima, l’organizzazione “Grain”, nel 2017, ha analizzato le 35 maggiori aziende mondiali, di cui, però, solo 4 forniscono stime complete sulle emissioni; le 4 “buone samaritane” sono allora “NH Foods”, “Nestlé”, “FrieslandCampina” e “Danone”. Le maggiori a livello mondiale, però, nel 2017, sono “Fonterra”, “DFA”, “Cargill”, “Tyson Foods” e "JBS", che messe insieme hanno generato più emissioni di un’industria petrolifera come “ExxonMobil”. Per l’industria del farmaco, cito di nuovo lo studio della “MacMaster University” del 2015: su 200 compagnie che controllano il mercato, 25 pubblicano regolarmente i dati sulle proprie emissioni e di queste solo 15 realizzano report accurati dal 2012; nella classifica, comunque, compaiono “Eli Lilly”, “Roche”, “Procter&Gamble”, “Johnson&Johnson” e “Bayer”. Il settore auto, nel 2018, si è reso responsabile del 9% delle emissioni mondiali di gas serra (più di tutta l’Unione Europea nello stesso anno), e questo tramite 12 aziende in particolare, cioè “Volkswagen”, “FCA”, “Reanault-Nissan”, “Toyota”, “General Motors”, “Hyundai-Kia”, “Honda”, “PSA”, “Suzuki”, “Daimler” e “BMW”. Infine, il settore energetico: il 71% dei gas serra emesso fra il 1988 e il 2017 è da attribuire ad appena 100 compagnie, fra cui “Saudi Aramco”, “Gazprom”, “ExxonMobil”, “Royal Dutch Shell”, “Chevron”, “Total”, “Glencore”, “Coal India”, “Petrochina”, “Rosneft”, "BP" e “ENI”. 

Gli effetti sull'ambiente...e quindi su di noi

EFFETTO SERRA. In teoria è un fenomeno del tutto naturale. La radiazione che arriva dal Sole in parte viene riflessa subito dalle nubi, in parte viene assorbita da acque, suolo e vegetazione; quella assorbita, a sua volta, in parte viene riemessa come radiazione infrarossa, che un po' si disperde nello spazio, e un po' viene trattenuta da quei gas serra naturalmente presenti in atmosfera. Senza questo meccanismo, quasi tutta la radiazione assorbita dalla Terra sarebbe riemessa nello spazio, e allora la sua temperatura media non sarebbe più di 20°C, ma di circa -18°C. Il problema è che, noi umani, a partire dalla Rivoluzione Industriale, abbiamo immesso così tanti gas serra in più da creare un incremento dell’effetto serra; da qui il surriscaldamento, che a sua volta porta allo scioglimento dei ghiacciai, innalzamento del livello del mare, riscaldamento delle acque, alterazione delle stagioni, intensificazione di eventi meteo estremi. Alle medie latitudini, causa anche la persistenza di anticicloni, quindi un ristagno di aria che, come abbiamo visto, favorisce lo smog.

RESE AGRICOLE RIDOTTE. Diversi accenni dovreste averli già intravisti nella “lista della spesa”, ma qui lo sottolineo e lo ribadisco: l’inquinamento atmosferico ricade sulla produzione di cibo, anche in modo diretto. Uno studio condotto in India nel 2014 dal PIK (Potsdam Institute for Climate Impact Research), ha scoperto che, rispetto al 1980, l’azione dell’ozono e del nero di carbone sulle coltivazioni di grano e riso ha ridotto la loro resa del 36 e 20%. Da notare l’ironia del fenomeno: per coltivare (in maniera industrializzata e di massa) si produce inquinamento, e questo inquinamento riduce la resa delle coltivazioni.

BUCO DELL’OZONO. Non consiste in vero e proprio buco, come qualcuno forse si immagina, ma piuttosto nella riduzione dello spessore dello strato di ozono al di sopra dei Poli. È causata da composti organici alogenati, cioè degli inquinanti che contengono elementi come cloro, bromo, fluoro e iodio, che sono largamente usati come solventisgrassantiplastificanti o pesticidi (ne sono un esempio i già citati CFC). L’assottigliamento più pronunciato si forma ai Poli perché è qui che, in inverno, si rigettano correnti dalla stratosfera (che portano con sé gli inquinanti), ed è sempre qui che, in primavera, grazie alla luce solare, si innescano quelle reazioni che portano a consumare l’ozono. In altri parti del pianeta un “buco” come quello dei Poli non c’è, ma un assottigliamento sì, e questo fa sì che i raggi UV del Sole possano raggiungere la superficie: per la pelle umana sono dannosi, se non cancerogeni, mentre nelle piante compromettono la fotosintesi (da cui anche danni alle coltivazioni).

PIOGGE ACIDE. L’acqua di precipitazione, di solito, ha un pH che oscilla fra 5.6 e 6.2, cioè è leggermente più acida di quella che beviamo, che di solito ha un pH fra 6.5 e 8.5. Se in atmosfera, però, c’è un’elevata concentrazione di ossidi di zolfo (SOX) o di ossidi di azoto (NOX), questi reagiscono con i gas atmosferici formando acido solforico (H2SO4) e acido nitrico (HNO₃); se poi c’è elevata umidità, e quindi goccioline di acqua sospese, questi acidi si sciolgono al loro interno, portando quell’acqua a valori di pH più acidi del normale, cioè inferiori a 5. Il risultato sono nebbie, piogge o nevicate con pH molto bassi, e quindi “acide”, che sull’uomo non hanno effetti negativi in modo diretto, ma in modo indiretto lo hanno eccome.

Fiumi, laghi, mari o terreni su cui ricadono vengono appunto acidificati. Come conseguenza, alcuni minerali e nutrienti del suolo vengono rimossi, alcuni batteri muoiono, perciò ne risentono vegetazione selvatica e raccolti. Barriere coralline e alcune specie di plancton fanno la stessa fine, così come accade a lumache, vongole, gamberi, effimere, trote, salamandre, pertiche e rane. Senza contare che i metalli pesanti vengono disciolti più facilmente in acque acide piuttosto che neutre o basiche, perciò si crea anche un problema di potabilità. E in quali parti del mondo tutto questo? Principalmente nel NE degli Stati Uniti, nel SE del Canada, in Taiwan, nel SE della Cina, o in Paesi europei come Germania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Danimarca, Svezia e Finlandia.

EFFETTI SULLA SALUTE. L’inquinamento atmosferico è stato dichiarato dall’OMS come il più grande rischio ambientale per la salute umana, con ozono (O3), diossido di azoto (NO2) e particolato considerati i tre inquinanti più incidenti. Uno studio pubblicato nel gennaio 2019 sulla rivista “European Heart Journal” ha fatto il punto della situazione: solo nel 2015, l’inquinamento dell’aria ha causato 8.8 milioni di vittime nel mondo, di cui 659.000 nell’Unione Europea e 81.000 in Italia. In che modo? Nel 40-80% dei casi tramite malattie cardiovascolari e polmonari come infarto, ictus e polmonite. Come evidenziato da uno studio tedesco pubblicato su “Science Focus” nel marzo 2020, si tratta di un record che, sempre nel 2015, non sono riusciti a toccare nemmeno il fumo (7.2 milioni di vittime), l’HIV (1 milione), parassitosi come la malaria (600.000) o le guerre (530.000).

COVID-19 e inquinamento atmosferico: un legame tanto sottile quanto ampio

Alcuni studi e molte ipotesi ne parlavano già nei primi mesi del 2020, ma ad oggi (marzo 2021) è ormai un dato certo: esiste un legame fra qualità dell’aria e COVID-19, nel senso che l’inquinamento atmosferico, tramite le patologie cardiache e polmonari che provoca, agisce come fattore peggiorativo, come terreno fertile che ne favorisce la diffusione.

Uno studio americano pubblicato nel novembre 2020 ha provato che un aumento di pochi µg/m3 nella concentrazione media di PM2.5, relativa anche soltanto all’ultimo anno, si è tradotto in aumento dell’11-15% del rischio di mortalità da COVID-19. Un risultato simile è stato osservato anche in Italia: CMCC (Centro euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici), Università del Salento e ISS (Istituto Superiore di Sanità), hanno dimostrato una correlazione da moderata a forte, nel breve termine, fra tassi di mortalità e letalità di COVID-19 e inquinamento da diossido di azoto (NO2) e particolato (PM10, PM2.5), con una correlazione più forte per il secondo. E tutto questo ha portato anche a stimare quando l’inquinamento ha inciso sui numeri: il 15% delle vittime che SARS-CoV-2 ha causato nel mondo è da attribuire all’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico; in Europa si parla del 19%, con un 29% nella Repubblica Ceca, 26% in Germania, 15% in Italia e 14% nel Regno Unito.

Quello che si è osservato, infatti, è anche che esistono delle differenze fra i vari continenti, fra i vari Paesi, e perfino fra Regioni e città dello stesso Paese. In certi casi, anche fenomeni contraddittori come pochi casi di infezione in zone molto inquinate. Come si spiega? Col fatto che, come si è detto, sono alcuni inquinanti in particolare (NOe PM) a causare patologie che rendono più sensibili all’infezione e, se ricordate la “lista della spesa”, dire che una zona è “inquinata” non significa che lo sia per forza da NO2 e particolato. E, soprattutto, perché sono tanti i fattori che giocano allo stesso tempo.

Il benessere di ognuno di noi dipende dalla nostra armonia psicofisica, dall’alimentazione, dallo stile di vita, e dalla qualità dell’ambiente che ci circonda. Solo considerando il tutto, solo con un approccio olistico, si può capire come funziona e come risolvere un fenomeno come COVID-19. Un approccio che nella società occidentale manca quasi del tutto, e infatti l’emergenza da Coronavirus è proprio uno degli effetti: questa pandemia è la conseguenza a lungo termine di un modello sociale industrializzato, massificato, standardizzato, intensivo e globalizzato; uno che di olistico non ha proprio un bel niente, perché punta al profitto immediato e sproporzionato di poche persone, senza badare alle conseguenze sugli altri e sul resto del mondo.

Se li conosci li eviti

Molte persone sono convinte che solo oggi, per la prima volta dai tempi della peste nera, l’umanità si ritrovi a fronteggiare una pandemia, una chiamata COVID-19. Ma se siete arrivati a leggere fino a qui, dovreste aver capito che con una vera pandemia noi abbiamo a che fare ogni giorno da più di un secolo. Le vittime che il SARS-CoV-2 ha fatto in un anno (2.6 milioni, marzo 2021) l’inquinamento dell’aria (in media) le fa in appena 3-4 mesi (e ormai da un secolo), eppure non ci sono Decreti Ministeriali, né stati d’emergenza, né maschere protettive distribuite porta a porta, né slogan di incoraggiamento in televisione. Come mai? Per dei motivi vecchi quanto il tempo: perché i responsabili sono inebriati dai miliardi che fatturano e tengono per le redini centri di ricerca, mass media e interi Governi; e perché l’inquinamento non ha un nome preciso, non ha una sorgente specifica, e i suoi effetti, spesso, sono variabili e a lungo termine. Insomma, sia a livello collettivo che personale, è la solita vecchia storia del “Titanic” che si ripete: finché l’iceberg non si vede si fa festa, quando poi si vede è già il momento di gettare le scialuppe.

Se li conosci li eviti”, così ho deciso di intitolare questo paragrafo, come il famoso libro di Peter Gomez e Marco Travaglio. Forse perché gli inquinanti si possono evitare? Una volta che sono stati emessi è difficile, ma prima tutto è possibile. I sussidi alle fonti fossili devono finire e deve iniziare l’età delle energie rinnovabili, così che queste possano essere applicate nelle industrie, nei trasporti, per produrre elettricità e per gli impianti termici. Deve sorgere un’economia circolare, così che si possa ridurre la produzione "da 0" e sostituire quasi del tutto il riciclo allo smaltimento dei rifiuti. Va ripensato il modo in cui produciamo e consumiamo il nostro cibo, passando ad un sistema agroalimentare sostenibile e biologico.

E chi è che deve fare tutte queste cose? Le Istituzioni nazionali e sovranazionali? Certo, ma se aspettate che i primi passi li facciano loro vi verranno i capelli bianchi. Tutto parte da noi, quando ci informiamo bene e diventiamo consapevoli di problemi e soluzioni; quando condividiamo queste cose con altre persone facendo crescere la consapevolezza collettiva; e quando facciamo le nostre scelte quotidiane in tema di stile di vita e di consumi: consumare energia in maniera intelligente; abbonarsi ad un gestore che utilizza già fonti rinnovabili; installare pannelli solari; viaggiare con mezzi pubblici o elettrici; impegnarci nella raccolta differenziata; acquistare prodotti biologici ed ecologici; evitare imballaggi in plastica, preferire prodotti sfusi, e cercare il più possibile di riutilizzare invece che di cestinare e ricomprare.

Le possibilità a portata di mano di ognuno di noi, ogni giorno, sono tantissime, e quello che può fare veramente la differenza è che tutti quanti, ogni giorno, le scelgano davvero. Perché “L’unione fa la forzanon è soltanto uno slogan per romanzi, film o pubblicità. È un dato di fatto, ed è anche il potere più grande che abbiamo: un minimo sforzo del singolo, ma fatto da un’intera comunità coesa e consapevole, e il mondo può cambiare sul serio. 


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