Quando si dice “inquinamento
atmosferico” probabilmente a molti vengono in mente tre immagini:
un pennacchio di fumo nero che si alza da una ciminiera, cinesi
con una maschera sulla faccia che “nuotano” nello smog di Pechino, strade intasate dal traffico di una metropoli americana. Non è che siano
immagini sbagliate, ma siccome a molte persone vengono in mente soltanto
queste, è segno che la cultura ambientale scarseggia: uno si
affaccia alla finestra di casa sua, non vede né fumo, né smog, né traffico, e
allora crede di vivere nell’ultimo paradiso terrestre.
La realtà dei fatti è che l’aria
inquinata è ormai quasi ovunque e che la maggior parte
degli inquinanti non si vede, non si odora e ha dei
nomi che richiedono qualche secondo per essere pronunciati. Circa
1/3 dell’energia elettrica mondiale è ancora oggi prodotto grazie
alla combustione del carbone, e $ 300 miliardi ogni anno
vengono regalati come sussidi a quelle stesse fonti energetiche che minacciano
la sopravvivenza di tutto il pianeta. E mentre in tutta Europa si
sbraita di bandire auto a benzina e diesel entro il 2040, veicoli
non più “a norma” vengono svenduti a Paesi in via di sviluppo.
Vi sembra un quadro perfino più nero del
fumo che ho menzionato prima? In effetti un po' lo è, ma come sempre il potere
di cambiare le cose è nelle mani di tutti noi. Vi diranno
che c’è da smettere di mangiare carne o di usare aria condizionata,
o che la riduzione del traffico dovuta alla COVID-19 sarà un
toccasana a lungo termine, ma in realtà questa “partita” si gioca su ben altri “campi”.
Volete sapere quali? Beh, per capire le soluzioni, prima di tutto
c’è da capire il problema.
Cosa si intende per "inquinamento atmosferico"?
Ormai siamo talmente abituati all’espressione
che molti la usano senza nemmeno
sapere cosa si intende. Ma da quando esiste questo inquinamento? Quali sono gli
inquinanti e come vengono emessi? Che effetti hanno? Ma soprattutto:
cosa distingue l’aria “buona” da quella “inquinata”?
Tanto per cominciare, quella che
comunemente chiamiamo “aria” non è un’unica sostanza, ma una
miscela, quindi un insieme di varie sostanze. Quella che respiriamo
oggi esiste da circa 1 miliardo di anni e la sua composizione
originale è fatta al 78% di azoto (N2) e al 21%
di ossigeno (O2); il restante 1% è
rappresentato da argon (Ar), vapore acqueo (H2O), biossido di
carbonio (CO2), neon (Ne), elio (He), metano (CH4),
idrogeno (H2), kripton (Kr), xenon (Xe) e ozono (O3). Ha
uno spessore di circa 500km, ma il 99% di tutta la sua
massa è contenuto nei primi 30km, quindi la sua composizione non è omogenea:
il vapore acqueo, per esempio, si trova quasi del tutto nei primi
12km, mentre l’ozono è per lo più fra 10km e 50km, a formare il
famoso “strato di ozono” che ci scherma dai raggi UV (ultravioletti).
Chiarito questo, facciamo attenzione
a non confondere il termine “contaminante” con quello di “inquinante”.
Il primo è una sostanza estranea alla composizione originale, può
anche essere di origine naturale, e non causa necessariamente dei danni. Il secondo,
invece, può anche essere una sostanza già presente ma la cui concentrazione
raggiunge livelli anomali; può essere dato sia da sostanze che da luce, suoni o
radiazioni; deriva da attività umane e causa sempre dei danni. Come vedremo
meglio fra poco, un inquinante può essere solido, liquido, gassoso o un
mix, e può essere primario o secondario, cioè emesso
nell’ambiente tale e quale, oppure prodotto a sua volta da altri inquinanti.
La "lista della spesa" degli inquinanti
È una lista un po' lunga e, a volte, fatta di nomi veramente strani, ma purtroppo gli inquinanti emessi sono davvero tanti, rifatevela con i colpevoli della loro emissione. Se non altro, alla fine li avrete chiari una volta per tutte. GAS SERRA. Di sicuro i più famosi fra gli inquinanti, quelli che causano il famigerato “effetto serra” di cui parlerò più avanti. Dal più abbondante al meno abbondante, parliamo di diossido di carbonio (CO2, 81%), metano (CH4, 11%), protossido di azoto (N2O, 5%), idrofluorocarburi (HFC, 2%) e perfluorocarburi (PFC, <0.2%); secondariamente, anche di vapore acqueo e ozono (O3). Il CO2 è prodotto soprattutto dalla combustione di idrocarburi, tant’è che le attività umane lo hanno fatto quasi raddoppiare in appena 150 anni (280mg/kg in epoca pre-industriale, 412mg/kg nel 2020); quello prodotto in surplus riesce a rimanere in atmosfera per centinaia di anni. Il metano rimane in atmosfera per circa un decennio, ma è 25 volte più efficace del CO2 nel trattenere calore; ha sorgenti naturali come la decomposizione di materia organica, ma più della metà è prodotto da combustibili fossili, agricoltura e allevamento. Anche N2O proviene da decomposizione, ma il grosso proviene da fertilizzanti agricoli, escrementi di animali da allevamento, combustione di biomasse e vari processi industriali; cosa più importante, rimane in atmosfera per almeno un secolo ed è 200 volte più efficace del CO2. Migliaia di volte più potenti sono gli HFC, composti di idrogeno, fluoro e carbonio usati come refrigeranti negli impianti di condizionamento; ugualmente potenti i PFC, composti di fluoro e carbonio usati nella produzione primaria di alluminio e nel fissaggio dei tessuti, negli impianti di raffreddamento, nelle industrie cosmetiche e farmaceutiche, e che riescono a rimanere in atmosfera per migliaia di anni.
OSSIDI DI ZOLFO (SOX).
Il principale è il diossido di zolfo (SO2), che può
derivare da attività vulcanica, ma per lo più dalla combustione di gasolio, olio combustibile e carbone. Rimane in atmosfera da poche ore a
qualche giorno perché è facilmente dilavato dalla pioggia, ma è irritante per occhi e
gola e, in caso di esposizioni prolungata, può aggravare o creare patologie
respiratorie come asma e bronchite cronica. Insieme ad acqua e NO2,
inoltre, può formare acido solforico (H2SO4), da cui il
fenomeno delle piogge acide.
OSSIDI DI AZOTO (NOX).
Parliamo soprattutto di NO, NO2, N2O, N2O3,
N2O5. Il più abbondante è l’N2O di cui ho già
parlato, gli altri sono generati per lo più da processi di combustione ad
alta temperatura (impianti di riscaldamento, veicoli, combustioni
industriali…). Fra loro, il biossido di azoto (NO2) può produrre inquinanti secondari come l’ozono,
l’acido nitrico (HNO3) e l’acido nitroso (HNO2), e
provoca disfunzioni respiratorie, irritazione delle mucose e aumento del
rischio tumori.
MONOSSIDO DI CARBONIO (CO).
Prodotto per lo più da gas di scarico di veicoli, o da combustione
di gas naturale, carbone e legna. Riesce a rimanere in atmosfera per
circa un mese, ad alte concentrazioni è letale, a
basse concentrazioni spalmate su lunghi periodi porta a problemi
respiratori.
CLOROFLUOROCARBURI (CFC).
Composti gassosi di cloro, fluoro e carbonio, usati come refrigeranti,
propellenti di bombolette spray, o solventi. Il loro utilizzo è bandito dal 1987, ma rimangono in atmosfera per centinaia di anni
e sono i principali responsabili della distruzione dello strato di ozono.
IDROCARBURI POLICICLICI
AROMATICI (IPA). Composti di carbonio e idrogeno, prodotti soprattutto
da combustione di carbone, legno, prodotti petroliferi e rifiuti. Fra i più importanti il
benzene o il benzo(a)pirene, considerati cancerogeni.
INQUINANTI ORGANICI
PERSISTENTI (POP). Composti organici chiamati così perché molto
resistenti alla decomposizione, quindi rimangono a lungo nell’ambiente.
Si uniscono facilmente a tessuti organici, sono tossici, cancerogeni,
interferenti ormonali e si accumulano nella catena alimentare.
Fra essi il DDT, famoso pesticida, o le diossine,
derivate da inceneritori, industrie chimiche e siderurgiche, o abbruciamenti di
plastiche.
COMPOSTI ORGANICI VOLATILI (VOC). Composti organici che portano questo nome perché, a temperatura ambiente (20°C), passano rapidamente allo stato gassoso. Hanno anche sorgenti naturali, ma provengono soprattutto da combustibili di veicoli, pesticidi, vernici o solventi. Alcuni, tipo l'isoprene, rimangono in atmosfera per appena 2 ore perché molto reattivi, ma contribuiscono a creare metano e ozono "troposferico" (vedi sotto). Tra essi, fra l'altro, ci sono potenti cancerogeni come benzene e formaldeide.
OZONO (O3).
Oltre a quello naturale ce n’è anche uno non naturale, detto “antropico”
o “troposferico”: è un inquinante secondario, che si produce per reazione fra raggi
UV, ossidi di azoto (NOX), monossido di carbonio (CO) e VOC. Se in atmosfera non sono presenti idrocarburi, altre reazioni che coinvolgono gli NOX contribuiscono ad eliminarlo, ma se sono presenti idrocarburi, questi reagiscono a loro volta con gli NOX; così, non essendoci più NOX sufficienti ad eliminarlo, l'ozono si accumula nei primi 12km di quota. Causa danni alla vegetazione, provoca patologie respiratorie e agisce
come gas serra.
NITRATI DI PEROSSIACETILE (PAN).
Composti di azoto, ossigeno, carbonio e idrogeno, anche questi inquinanti secondari,
prodotti per reazione fra NO2, luce solare, residui di idrocarburi
e aldeidi e chetoni (a loro volta secondari). Sono irritanti per
gli occhi e causano danni alla vegetazione.
AMMONIACA (NH3).
Molto utilizzata come componente di fitofarmaci o fertilizzanti chimici
usati in agricoltura intensiva e largamente prodotta dalle deiezioni di animali da allevamento. È irritante per gli occhi e le vie respiratorie, e in atmosfera reagisce con gli ossidi di azoto e
zolfo per formare altri inquinanti secondari, tipo il particolato (vedi più sotto).
METALLI PESANTI. Sono chiamati così quelli che hanno una densità maggiore di 4.5g/cm3, come arsenico, cadmio, cromo, mercurio, nichel, piombo, tallio o
vanadio. Hanno sorgenti naturali tipo erosione dei suoli o eruzioni, ma
per lo più provengono da attività minerarie, fonderie, raffinerie,
inceneritori e carburanti di veicoli. Come minimo sono tossici,
se no anche cancerogeni e, come le diossine, vanno incontro a bioaccumulo,
cioè non sono smaltiti dall’organismo, perciò risalgono tutta la catena
alimentare.
PARTICOLATO (PM). Detto anche “polveri fini" o "polveri sottili”, la sigla “PM” deriva dall’inglese “particulate matter”, e rappresenta particelle solide o liquide di composizione varia, estremamente piccole, che rimangono sospese in atmosfera legandosi fra loro o con particelle di gas (formando gli aerosol). Può essere emesso tale e quale, oppure è un secondario che deriva da SOX, NOX o VOC, e se anche esistono sorgenti naturali come incendi o vulcani, il grosso deriva da veicoli, usura di freni, pneumatici e manto stradale, emissioni industriali, inceneritori, o biomasse per il riscaldamento. Viene chiamato PM10, PM2.5, PM1, PM0.1 o nanopolveri a seconda che abbia un diametro inferiore a 10/2.5/1/0.1/0.001 µm, ed è dannoso perché, così piccolo, può penetrare il sistema respiratorio fino agli alveoli polmonari.
SMOG. Questo termine viene usato spesso in modo
generico, come sinonimo di “inquinamento”, ma in realtà è qualcosa di più
specifico. Si tratta di un accumulo di inquinanti sia
primari che secondari che si può osservare in centri urbani o industriali, e si
verifica con condizioni meteo particolari che impediscono il mescolamento dell’aria,
tipo alta pressione sommata ad alta temperatura, oppure inversione termica.
Settori, Paesi e responsabili: a chi si deve
l’emissione di questi inquinanti?
I trasporti, l'industria, l'agroalimentare e l'energia sono i 4 maggiori settori
Gli accenni che ho fatto nella
“lista della spesa” dovrebbero avervi già fatto intuire che le maggiori
fonti di inquinanti non sono affatto quelle naturali, ma
piuttosto quelle umane. Secondo il rapporto della IPCC
del 2014, infatti, il surriscaldamento del pianeta
è dovuto alle attività umane degli ultimi 50 anni
appena. Perciò, cerchiamo di capire un po' meglio: quali sono i settori
che contribuiscono di più e con quali inquinanti?
TRASPORTI. Comunemente si pensa che siano i maggiori emettitori di gas serra, ma in realtà, secondo i dati del 2016 del "Climate Watch", contribuiscono per appena il 16.2% (e il 73% di questo è fatto di veicoli).
La parte più importante dell’inquinamento che provocano consiste in ossidi
di azoto (NOX) e particolato, e infatti,
secondo l’OMS, il traffico dei veicoli contribuisce per il 25%
all’inquinamento urbano da polveri fini (generate da combustione, oppure usura di freni e pneumatici). Di sicuro influiscono fattori come l’età del
veicolo, le sue dimensioni e la manutenzione, ma una buona differenza la fa il combustibile: mettendo a confronto due auto con standard “Euro 6”, la benzina produce 135g/km di CO2 e il 1363% in più di
monossido di carbonio (CO), ma il diesel genera 137g/km di CO2,
il 40% in più di polveri fini e il 367% in più di ossidi di azoto (NOx).
PROCESSI INDUSTRIALI. Con questa espressione si intende veramente di tutto, visto che oggi quasi qualsiasi cosa è prodotta con metodi industriali piuttosto che artigianali. Comunque, la “lista della spesa” che ho fatto prima, se ben guardata, suggerisce che i settori principali siano quello minerario, chimico, siderurgico, farmaceutico, tessile, metallurgico, petrolchimico e delle costruzioni. Il panorama degli inquinanti che producono è davvero largo, ma di sicuro ci sono i gas serra, che sempre il “Climate Watch” attribuisce all’industria per il 5.2% (per lo più chimica e edilizia). Un caso interessante, ma poco chiacchierato, è quello dei farmaci: secondo una ricerca del 2015 dell’università canadese “MacMaster”, 15 fra le 200 maggiori case farmaceutiche del mondo hanno prodotto 52 milioni di tonnellate di CO2-eq (fra processi produttivi e consumo di energia elettrica). Tanto per capirci, considerate che il settore automobilistico, nello stesso anno, ne ha prodotte 46.4 milioni-eq (vedi CO2 equivalente). AGRICOLTURA e ALLEVAMENTO. Le pratiche intensive contribuiscono molto ai gas serra e al particolato. Le polveri fini sono per lo più secondarie, originate da ammoniaca (NH3), che a sua volta deriva da fertilizzanti azotati e dalle deiezioni di animali. E così, secondo la EEA (European Environment Agency), agricoltura e allevamento si aggiudicano il 94% delle emissioni di NH3 e il 15% del particolato. Ma anche con i gas serra non scherzano, visto che lo studio del “Climate Watch” gli assegna il 18.4% delle emissioni globali. Di questo, l’88% è emesso in modo diretto dai suoli agricoli, dagli abbruciamenti, dalla digestione degli animali e dalla decomposizione delle loro feci; il 12% è emesso in modo indiretto dalla distruzione di foreste “necessaria” a far spazio a pascoli e coltivazioni (perché meno foreste significa meno CO2 assorbita).
ENERGIA. Sempre a ben guardare la “lista della spesa”,
si può vedere che un’altra grande causa di emissione di inquinanti è l’estrazione
e l’utilizzo di biomasse e combustibili fossili (petrolio, gas,
carbone e derivati). La produzione di energia, sia elettrica che
termica, è appunto il principale motivo per cui queste risorse vengono estratte
e utilizzate. E questa produzione quanto contribuisce a ciascun
inquinante? Di sicuro contribuisce moltissimo ai gas serra: escludendo
i trasporti che abbiamo già detto, è ancora il “Climate Watch” a stimare un 57%
delle emissioni globali, dovuto per lo più all’uso nell’industria
e nelle abitazioni (commerciali e residenziali), secondariamente ad
agricoltura e pesca e ad emissioni che sfuggono
nella fase di produzione.
I Paesi si contano sulle mani, per i responsabili serve un promemoria
Arrivati fino a qui, potrebbe
sorgere spontanea una domanda: ma tutto questo è valido in
tutto il mondo? In ogni città, in ogni Regione, in ogni Paese? Ovviamente
no, non bisogna generalizzare. Almeno per quanto riguarda i gas serra,
la classifica dei 10 Paesi più inquinanti al mondo nel 2015
(in ordine decrescente) è fatta da Cina, Stati Uniti, Unione Europea, India,
Russia, Giappone, Brasile, Indonesia, Iran e Canada; per l’Unione in
particolare, la classifica del 2017 vede Germania, Regno
Unito, Francia, Italia, Polonia, Spagna, Olanda, Repubblica Ceca, Belgio e
Romania. Guardando all’inquinamento da PM2.5, i 10 peggiori
Paesi nel mondo nel 2019 risultano Bangladesh, Pakistan, Mongolia,
Afghanistan, India, Indonesia, Bahrain, Nepal, Uzbekistan e Iraq.
Se invece andiamo a guardare le singole città, allora scopriamo che, per l’inquinamento da PM2.5, le 10 più sottoposte al mondo nel 2019 sono in India (6), Pakistan (3) e Cina (1). In Europa, 4 si concentrano in Bosnia-Erzegovina, 3 in Serbia, più una in Macedonia, una in Polonia e una in Italia (Ceglie Messapica). Per le PM10, invece, le 10 più inquinate in Italia nel 2020 sono Torino, Venezia, Padova, Rovigo, Treviso, Milano, Avellino, Cremona, Frosinone e Modena. E che cosa dire dei responsabili (almeno per i gas serra)? Se volessimo fare qualche nome specifico, invece dei soliti
termini-ombrello tipo “industria agroalimentare”, “farmaceutica”,
“automobilistica” ed “energetica”? Nel caso della prima,
l’organizzazione “Grain”, nel 2017, ha analizzato le 35 maggiori aziende
mondiali, di cui, però, solo 4 forniscono stime complete sulle emissioni; le 4
“buone samaritane” sono allora “NH Foods”, “Nestlé”,
“FrieslandCampina” e “Danone”. Le maggiori a livello mondiale, però, nel 2017, sono
“Fonterra”, “DFA”, “Cargill”, “Tyson
Foods” e "JBS", che messe insieme hanno generato più emissioni di un’industria
petrolifera come “ExxonMobil”. Per l’industria del farmaco, cito
di nuovo lo studio della “MacMaster University” del 2015: su 200
compagnie che controllano il mercato, 25 pubblicano
regolarmente i dati sulle proprie emissioni e di queste solo 15
realizzano report accurati dal 2012; nella classifica, comunque, compaiono “Eli
Lilly”, “Roche”, “Procter&Gamble”, “Johnson&Johnson”
e “Bayer”. Il settore auto, nel 2018, si è reso
responsabile del 9% delle emissioni mondiali di gas serra (più di
tutta l’Unione Europea nello stesso anno), e questo tramite 12 aziende
in particolare, cioè “Volkswagen”, “FCA”, “Reanault-Nissan”,
“Toyota”, “General Motors”, “Hyundai-Kia”,
“Honda”, “PSA”, “Suzuki”, “Daimler” e “BMW”. Infine, il settore energetico:
il 71% dei gas serra emesso fra il 1988 e il 2017 è
da attribuire ad appena 100 compagnie, fra cui “Saudi Aramco”, “Gazprom”,
“ExxonMobil”, “Royal Dutch Shell”, “Chevron”, “Total”, “Glencore”,
“Coal India”, “Petrochina”, “Rosneft”, "BP" e “ENI”.
Gli effetti sull'ambiente...e quindi su di noi
EFFETTO SERRA. In
teoria è un fenomeno del tutto naturale. La radiazione che
arriva dal Sole in parte viene riflessa subito dalle nubi, in
parte viene assorbita da acque, suolo e vegetazione; quella
assorbita, a sua volta, in parte viene riemessa come radiazione
infrarossa, che un po' si disperde nello spazio, e un po' viene trattenuta
da quei gas serra naturalmente presenti in atmosfera. Senza
questo meccanismo, quasi tutta la radiazione assorbita dalla Terra
sarebbe riemessa nello spazio, e allora la sua temperatura media
non sarebbe più di 20°C, ma di circa -18°C. Il problema
è che, noi umani, a partire dalla Rivoluzione Industriale, abbiamo immesso così
tanti gas serra in più da creare un incremento dell’effetto
serra; da qui il surriscaldamento, che a sua volta porta
allo scioglimento dei ghiacciai, innalzamento del livello
del mare, riscaldamento delle acque, alterazione delle stagioni,
intensificazione di eventi meteo estremi. Alle medie latitudini,
causa anche la persistenza di anticicloni, quindi un ristagno di
aria che, come abbiamo visto, favorisce lo smog.
RESE AGRICOLE RIDOTTE. Diversi accenni dovreste averli già intravisti nella “lista della spesa”, ma qui lo sottolineo e lo ribadisco: l’inquinamento atmosferico ricade sulla produzione di cibo, anche in modo diretto. Uno studio condotto in India nel 2014 dal PIK (Potsdam Institute for Climate Impact Research), ha scoperto che, rispetto al 1980, l’azione dell’ozono e del nero di carbone sulle coltivazioni di grano e riso ha ridotto la loro resa del 36 e 20%. Da notare l’ironia del fenomeno: per coltivare (in maniera industrializzata e di massa) si produce inquinamento, e questo inquinamento riduce la resa delle coltivazioni.
BUCO DELL’OZONO.
Non consiste in vero e proprio
buco, come qualcuno forse si immagina, ma piuttosto nella riduzione
dello spessore dello strato di ozono al di sopra dei Poli. È
causata da composti organici alogenati, cioè degli
inquinanti che contengono elementi come cloro, bromo, fluoro e iodio, che sono largamente
usati come solventi, sgrassanti, plastificanti o pesticidi (ne
sono un esempio i già citati CFC). L’assottigliamento più pronunciato
si forma ai Poli perché è qui che, in inverno, si
rigettano correnti dalla stratosfera (che portano con sé gli inquinanti), ed è
sempre qui che, in primavera, grazie alla luce solare, si innescano quelle
reazioni che portano a consumare l’ozono. In altri parti del pianeta un
“buco” come quello dei Poli non c’è, ma un assottigliamento sì,
e questo fa sì che i raggi UV del Sole possano
raggiungere la superficie: per la pelle umana sono dannosi,
se non cancerogeni, mentre nelle piante compromettono
la fotosintesi (da cui anche danni alle coltivazioni).
PIOGGE ACIDE.
L’acqua di precipitazione,
di solito, ha un pH che oscilla fra 5.6 e 6.2, cioè è
leggermente più acida di quella che beviamo, che di solito ha un pH fra 6.5 e
8.5. Se in atmosfera, però, c’è un’elevata concentrazione di ossidi di zolfo
(SOX) o di ossidi di azoto (NOX), questi reagiscono con i
gas atmosferici formando acido solforico (H2SO4)
e acido nitrico (HNO₃); se poi c’è elevata
umidità, e quindi goccioline di acqua sospese, questi acidi si
sciolgono al loro interno, portando quell’acqua a valori di pH più
acidi del normale, cioè inferiori a 5. Il risultato sono nebbie,
piogge o nevicate con pH molto bassi, e quindi “acide”, che sull’uomo
non hanno effetti negativi in modo diretto, ma in modo indiretto lo
hanno eccome.
Fiumi, laghi, mari o terreni su cui ricadono vengono appunto acidificati. Come conseguenza, alcuni minerali e nutrienti del suolo vengono rimossi, alcuni batteri muoiono, perciò ne risentono vegetazione selvatica e raccolti. Barriere coralline e alcune specie di plancton fanno la stessa fine, così come accade a lumache, vongole, gamberi, effimere, trote, salamandre, pertiche e rane. Senza contare che i metalli pesanti vengono disciolti più facilmente in acque acide piuttosto che neutre o basiche, perciò si crea anche un problema di potabilità. E in quali parti del mondo tutto questo? Principalmente nel NE degli Stati Uniti, nel SE del Canada, in Taiwan, nel SE della Cina, o in Paesi europei come Germania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Danimarca, Svezia e Finlandia.
EFFETTI SULLA SALUTE.
L’inquinamento atmosferico è stato dichiarato dall’OMS
come il più grande rischio ambientale per la salute umana, con ozono
(O3), diossido di azoto (NO2) e particolato
considerati i tre inquinanti più incidenti. Uno studio pubblicato
nel gennaio 2019 sulla rivista “European Heart Journal” ha fatto
il punto della situazione: solo nel 2015, l’inquinamento dell’aria
ha causato 8.8 milioni di vittime nel mondo, di cui 659.000
nell’Unione Europea e 81.000 in Italia. In che modo? Nel 40-80%
dei casi tramite malattie cardiovascolari e polmonari come
infarto, ictus e polmonite. Come evidenziato da uno studio tedesco pubblicato
su “Science Focus” nel marzo 2020, si tratta di un record che, sempre nel 2015,
non sono riusciti a toccare nemmeno il fumo (7.2 milioni di
vittime), l’HIV (1 milione), parassitosi come la
malaria (600.000) o le guerre (530.000).
COVID-19 e inquinamento
atmosferico: un legame tanto sottile quanto ampio
Alcuni studi e molte ipotesi ne parlavano già nei primi mesi del 2020, ma ad oggi (marzo 2021) è ormai un dato certo: esiste un legame fra qualità dell’aria e COVID-19, nel senso che l’inquinamento atmosferico, tramite le patologie cardiache e polmonari che provoca, agisce come fattore peggiorativo, come terreno fertile che ne favorisce la diffusione.
Uno studio americano pubblicato nel novembre 2020 ha provato che un aumento di pochi µg/m3 nella concentrazione media di PM2.5, relativa anche soltanto all’ultimo anno, si è tradotto in aumento dell’11-15% del rischio di mortalità da COVID-19. Un risultato simile è stato osservato anche in Italia: CMCC (Centro euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici), Università del Salento e ISS (Istituto Superiore di Sanità), hanno dimostrato una correlazione da moderata a forte, nel breve termine, fra tassi di mortalità e letalità di COVID-19 e inquinamento da diossido di azoto (NO2) e particolato (PM10, PM2.5), con una correlazione più forte per il secondo. E tutto questo ha portato anche a stimare quando l’inquinamento ha inciso sui numeri: il 15% delle vittime che SARS-CoV-2 ha causato nel mondo è da attribuire all’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico; in Europa si parla del 19%, con un 29% nella Repubblica Ceca, 26% in Germania, 15% in Italia e 14% nel Regno Unito.
Quello che si è osservato, infatti, è anche che esistono delle differenze fra i vari continenti, fra i vari Paesi, e perfino fra Regioni e città dello stesso Paese. In certi casi, anche fenomeni contraddittori come pochi casi di infezione in zone molto inquinate. Come si spiega? Col fatto che, come si è detto, sono alcuni inquinanti in particolare (NO2 e PM) a causare patologie che rendono più sensibili all’infezione e, se ricordate la “lista della spesa”, dire che una zona è “inquinata” non significa che lo sia per forza da NO2 e particolato. E, soprattutto, perché sono tanti i fattori che giocano allo stesso tempo.
Il benessere di ognuno di noi dipende dalla nostra armonia psicofisica, dall’alimentazione, dallo stile di vita, e dalla qualità dell’ambiente che ci circonda. Solo considerando il tutto, solo con un approccio olistico, si può capire come funziona e come risolvere un fenomeno come COVID-19. Un approccio che nella società occidentale manca quasi del tutto, e infatti l’emergenza da Coronavirus è proprio uno degli effetti: questa pandemia è la conseguenza a lungo termine di un modello sociale industrializzato, massificato, standardizzato, intensivo e globalizzato; uno che di olistico non ha proprio un bel niente, perché punta al profitto immediato e sproporzionato di poche persone, senza badare alle conseguenze sugli altri e sul resto del mondo.
Molte persone sono convinte
che solo oggi, per la prima volta dai tempi della peste
nera, l’umanità si ritrovi a fronteggiare una pandemia, una
chiamata COVID-19. Ma se siete arrivati a leggere fino a
qui, dovreste aver capito che con una vera pandemia noi
abbiamo a che fare ogni giorno da più di un secolo. Le
vittime che il SARS-CoV-2 ha fatto in un anno (2.6
milioni, marzo 2021) l’inquinamento dell’aria (in media) le fa in appena 3-4
mesi (e ormai da un secolo), eppure non ci sono Decreti Ministeriali, né
stati d’emergenza, né maschere protettive distribuite porta a porta, né slogan
di incoraggiamento in televisione. Come mai? Per dei motivi
vecchi quanto il tempo: perché i responsabili sono
inebriati dai miliardi che fatturano e tengono per le redini centri di ricerca,
mass media e interi Governi; e perché l’inquinamento non ha
un nome preciso, non ha una sorgente specifica, e i suoi effetti,
spesso, sono variabili e a lungo termine. Insomma, sia a livello collettivo che
personale, è la solita vecchia storia del “Titanic” che
si ripete: finché l’iceberg non si vede si fa festa, quando poi si vede
è già il momento di gettare le scialuppe.
“Se li conosci li eviti”,
così ho deciso di intitolare questo paragrafo, come il famoso libro di Peter
Gomez e Marco Travaglio. Forse perché gli inquinanti si possono evitare?
Una volta che sono stati emessi è difficile,
ma prima tutto è possibile. I sussidi alle fonti fossili devono
finire e deve iniziare l’età delle energie rinnovabili, così che
queste possano essere applicate nelle industrie, nei trasporti,
per produrre elettricità e per gli impianti termici.
Deve sorgere un’economia circolare, così che si possa ridurre la produzione "da 0" e sostituire quasi del tutto il riciclo allo smaltimento dei rifiuti. Va ripensato il modo
in cui produciamo e consumiamo il nostro cibo, passando ad un sistema agroalimentare sostenibile e biologico.
E chi è che deve fare tutte
queste cose? Le Istituzioni nazionali e sovranazionali? Certo, ma
se aspettate che i primi passi li facciano loro vi verranno i capelli
bianchi. Tutto parte da noi, quando ci informiamo bene e
diventiamo consapevoli di problemi e soluzioni; quando condividiamo queste
cose con altre persone facendo crescere la consapevolezza collettiva; e quando
facciamo le nostre scelte quotidiane in tema di stile
di vita e di consumi: consumare energia in maniera intelligente; abbonarsi ad
un gestore che utilizza già fonti rinnovabili; installare pannelli solari;
viaggiare con mezzi pubblici o elettrici; impegnarci nella raccolta
differenziata; acquistare prodotti biologici ed ecologici; evitare imballaggi
in plastica, preferire prodotti sfusi, e cercare il più possibile di
riutilizzare invece che di cestinare e ricomprare.