martedì 15 dicembre 2020

La vera Epifania è il risveglio di Madre Natura (e di tutti noi)

Le origini della festa, la leggenda dei Tre Re e la vera identità della Befana: messaggi per un legame da riscoprire 

La Befana vien di notte, con le scarpe tutte rotte, con le toppe alla sottana, viva viva la Befana!”. È una filastrocca che ha tante varianti, ma la Befana la dipingono tutte nello stesso modo: una vecchietta arzilla e simpatica, vestita alla “bell’e meglio”, che vola su una scopa e che porta regali o carbone ai bambini di tutto il mondo.

Ma perché è fatta così e compare proprio il 6 gennaio? Quali sono le sue origini? Ed è vero che sono molto legate all’Epifania? Verrebbe da dire di no, visto che questa è una festa cristiana che ne parla della nascita di Gesù e dell’adorazione dei Re Magi. Eppure, vi garantisco che il legame è talmente forte che possiamo dire che la Befana non è un “accessorio” dell’Epifania, la Befana è l’Epifania. Anzi, l’unica e la sola.

Scaveremo nel passato fino alla nascita dei primi dèi, e conteremo il tempo su dei calendari che sembrano quelli di un altro mondo. Avremo bisogno del potere simbolico di alcuni numeri, e spulceremo fra le pagine di antichi libri sacri per capire il confine fra storia e leggenda. Alla fine, però, tutto sarà chiaro: la Befana è Madre Natura e il suo risveglio è la nostra Epifania. Letteralmente.

Che cosa si intende con “epifania”?

La parola “epifania” deriva dal latino tardo epiphanīa, che a sua volta proviene dal greco antico epipháneia, cioè “manifestazione dall’alto”. Un suo sinonimo, ma dal significato più specifico e che ci aiuta a capirne il senso, è “teofania”, altra parola dal greco antico theopháneia, che significa “manifestazione divina”. In pratica, indica un evento eccezionale come un sogno, una visione, una voce, un fenomeno naturale o una vera e propria apparizione con cui una divinità, di solito impercepibile per i cinque sensi dei mortali, si mostra di fronte a loro.

È un motivo che ricorre dall’alba dei tempi in credenze religiose di tutto il mondo, e molti esempi si trovano appunto nella mitologia greca. Apollo e Dioniso appaiono ai fedeli ogni volta che si celebrano le feste annuali e biennali in loro onore; Asclepio, dio della medicina, si manifesta al paziente spesso tramite il sogno; Zeus, senza sapere dell’inganno teso da sua moglie Era, si mostra in forma divina alla sua amante Semele, che così rimane uccisa folgorata.

Nell’ambito dell’Ebraismo e del Cristianesimo, la stessa Bibbia è ricca di episodi in cui Dio/Yahweh interagisce direttamente con i protagonisti. Fra i casi più famosi, la voce che parla a Adamo ed Eva nel Giardino dell’Eden, il rovo ardente che appare a Mosè sul Monte Oreb, o la colonna di fumo e di fuoco che guida gli Israeliti fuori dall’Egitto. Nei Vangeli, invece, sono considerate teofanie l’adorazione dei Re Magi, il Battesimo di Gesù sulle sponde del Giordano e il miracolo che compie alle Nozze di Cana.

La festa dell’Epifania, quindi, vuole celebrare quel momento in cui il dio cristiano si manifesta per la prima volta all’umanità sotto forma del figlio Gesù. Come vedremo meglio fra poco, secondo la Chiesa Ortodossa questo momento è il Battesimo, secondo quella Cattolica è la venuta dei Tre Re.

Perché il 6 gennaio, 12 giorni dopo Natale? Per rimpiazzare l'unica vera manifestazione, quella della natura

La Dea Madre e le sue discendenti

Grande Madre, Grande Dea, Madre Terra, Madre Natura. Ancora oggi viene chiamata con tanti nomi, ma parlano tutti della stessa divinità: la Dea Madre, cioè la dea della terra, della vita e della fertilità. Insieme a quello del Dio Padre, è uno dei due più grandi e antichi archetipi mitologici, il cui culto risale almeno al ca. 30.000 a.C.. È la personificazione della terra, che a sua volta rappresenta il Principio Femminile della realtà, perché, così come la femmina è colei che dà vita e nutre la progenie, la terra è quella che nutre e rinnova la vegetazione, gli altri animali, i raccolti e l’uomo stesso. È per questo che, anche se con nomi diversi, ritroviamo la Dea Madre in culture di ogni tempo e di ogni luogo: in Europa, è la Gaia dei Greci, la Mater Matuta degli Etruschi, la Magna Mater dei Romani, o la Jörð dei Norreni; in Asia, è la Prithvi della mitologia Hindu, la Nuwa di quella cinese e la Umay di quella turca; in Oceania è la Papatūānuku dei Māori, mentre nelle Americhe è la Pachamama degli Inca e la Donna Ragno di molte tribù del Nord.

Col passare dei secoli e dei millenni, la società umana passa da tribù frammentate e nomadi di cacciatori-raccoglitori, a grandi società stanziali di agricoltori e allevatori. La popolazione cresce, le attività si diversificano, e le interazioni fra culture si trasformano in grandi scambi o grandi conflitti. Tutto questo si riflette sulla psicologia del singolo e della comunità, perciò anche le credenze mitologiche cambiano, diventando più ricche e articolate. E così, se all’inizio dei tempi erano solo due le divinità che tenevano i fili del mondo, dopo le loro competenze vengono suddivise fra dèi numerosi e specializzati, che spesso sono proprio i discendenti, cioè figli e nipoti dei due primordiali.

Per quel che riguarda la Dea Madre, allora, fra le sue “eredi” ci sono le dee dell’eros come Afrodite e Venere, le dee dei boschi e degli animali selvatici come Artemide e Diana, o quelle della fertilità della terra come Demetra e Cerere. Fra tutte, una che ci aiuterà molto a capire le origini dell’Epifania proviene dalla mitologia romana, cioè la dea Strenia, divinità connessa alla prosperità e alla salute, alla fortuna e all’abbondanza dell’anno nuovo.

I 12 giorni sacri del calendario romano

Secondo la leggenda, il primo calendario usato dai Romani fu istituito da Romolo nel 753 a.C. quando Roma venne fondata. Era un calendario lunare, fatto di 10 mesi e 304 giorni fra marzo e dicembre, perché i 61 giorni invernali fra dicembre e marzo non erano assegnati a nessun mese; il primo mese dell’anno era quindi marzo, il Capodanno era fissato al 15 e il suo nome derivava dal dio Marte. Tutto questo perché marzo è il mese dell’equinozio di primavera, la stagione della rinascita nella natura, e si dà il caso che, anticamente, Marte fosse anche una divinità agricola oltre che dio della guerra: con il suo spirito guerriero, il dio proteggeva i raccolti da minacce sia naturali che sovrannaturali.

Una prima grossa riforma a questo calendario venne apportata nel 713 a.C. da Numa Pompilio, leggendario Secondo Re di Roma, che aggiunse i mesi di gennaio e febbraio e portò i giorni a 355. Sulla data del Capodanno ci sono fonti poco chiare e discordanti, ma probabilmente fu spostata al 1° marzo, se non addirittura già al 1° gennaio: il nome “gennaio”, infatti, deriva da Giano, forse la più antica fra le divinità romane, associata agli inizi e alle fini, ai passaggi e alle soglie, e più in generale al cambiamento, ai cicli e allo scorrere del tempo; sembra plausibile, quindi, che il mese intitolato a lui fosse già diventato il primo. Certo è che Capodanno diventò in pianta stabile il 1° gennaio dal 45 a.C., quando Giulio Cesare riformò di nuovo il calendario introducendo quello Giuliano, cioè uno solare, fatto di 365 giorni, con un anno bisestile ogni 4 anni e con l’equinozio di primavera che cadeva il 25 marzo.

Ma in che modo tutto questo si ricollega al culto della Dea Madre e all’Epifania? Non sappiamo se fra i Romani esistesse un antico culto di una Dea Madre ma, di sicuro, dal 205 a.C., esisteva quello della Magna Mater (detta anche “Cibele”), che le caratteristiche di una Dea Madre le aveva tutte. E sappiamo anche che, fra il 15 e il 28 marzo, si tenevano molte festività in suo onore (Sanguem), che insieme a lei volevano festeggiare appunto il risveglio della natura. Quando il Capodanno fu spostato al 1° gennaio forse questa ricorrenza si mantenne, ma sicuramente ne nacque anche una nuova e molto connessa: lo scambio di regali come segno di augurio e abbondanza per l’anno nuovo, dei regali che erano chiamati “strenae” perché associati alla dea Strenia, quella “erede” della Magna Mater che iniziò a essere festeggiata insieme a Giano con l’arrivo del nuovo anno.

A questo punto, rimane solo un’ultima cosa da chiarire: perché l’Epifania cade proprio 12 giorni dopo il 25 dicembre? Non è un numero fissato a caso, non è stato inventato dalla Chiesa e non è indicato in nessun libro sacro. Il fatto è che il 12 è uno dei numeri più sacri e ricchi di significato, perché ricorre negli eventi naturali più rilevanti: 12 sono le lunazioni della Luna nell’arco di un anno, le costellazioni attraversate dal Sole, gli anni del periodo siderale di Giove (dopo Venere, la più brillante delle antiche “stelle erranti”); è sulla base di questo che, ancora oggi, abbiamo calendari di 12 mesi e giorni divisi in due parti di 12 ore, ed è per questo che è un numero che ricorre in mitologie, fiabe e poemi epici di molte culture: il 12 è il simbolo del completamento di un ciclo. In più, non dimentichiamo che i giorni dal 21 al 24 dicembre sono quelli del solstizio d’inverno, quelli in cui l’altezza del Sole sull’orizzonte tocca il suo minimo, e che il 25 è il giorno in cui questa altezza torna ad aumentare, cioè quello in cui il Sole “rinasce”. Per via di tutto questo, ecco che i Romani credevano che, in quei 12 giorni simbolici, una dea come Diana si ponesse alla testa di figure femminili divine o semidivine, e che insieme volassero sopra i campi coltivati per infondere in loro la fertilità.

In conclusione, anche se non la chiamava né “epifania” né “teofania”, il paganesimo romano una “manifestazione divina” la festeggiava già in Età Regia e Repubblicana, cioè quella della natura, che rinasce insieme al Sole in quei 12 giorni dopo il 25 dicembre.

L'Epifania cristiana: tante varianti, un unico scopo

Come ho accennato qualche riga più in su, la venuta dei Re Magi, il Battesimo di Gesù e il miracolo di Cana sono i tre eventi considerati dal Cristianesimo come prime “manifestazioni divine” di Gesù. L’episodio del Battesimo si riferisce a quello in cui Gesù, all’età di circa 30 anni, viene battezzato da Giovanni sulle sponde del fiume Giordano; in quel momento lo Spirito Santo discende su di lui sotto forma di colomba e in cielo si sente echeggiare la voce di Dio che dice: “Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto”. L’evento di Cana, anche se a molti non dice niente, è invece uno dei più famosi: a una festa di matrimonio tenuta a Cana, in Galilea, Gesù compie il suo primo miracolo tramutando in vino l’acqua del banchetto. Infine, la visita dei Magi: ne parleremo meglio fra qualche riga, ma intanto possiamo dire che, secondo la tradizione, consiste in tre Re Magi che, guidati da una profezia e da una stella, giungono a Betlemme da Paesi orientali per far visita a Gesù appena nato.

I concetti e le stesse parole di “epifania” o “teofania” non compaiono da nessuna parte nei Vangeli, si tratta di interpretazioni che sono state fatte a posteriori. Ma da quando? Da chi? E perché? Il miracolo di Cana è considerato “manifestazione divina” da tutto il mondo cristiano almeno dal III secolo, per l’ovvio motivo che è il primo “atto soprannaturale” compiuto da Dio/Gesù; al tempo, specialmente in Oriente, era considerato un evento fondamentale, ma già dal secolo successivo passò in secondo piano rispetto agli altri due, tant’è che oggi non è incluso nell’Epifania. Il Battesimo è una teofania per ogni corrente cristiana, ma solo per quella Ortodossa è l’evento fondamentale, quello che viene festeggiato con l’Epifania al 6 gennaio fin dal III secolo: secondo la loro visione, la discesa dello Spirito e la voce di Dio sono chiari segni che la vera e propria incarnazione è avvenuta in quel momento, non in quello della nascita. Per la tradizione Cattolica, invece, l’incarnazione è avvenuta alla nascita, ma la vera e propria “manifestazione” si ha con la visita dei Magi: sono dei Re, rappresentanti di Paesi lontani e di religioni diverse, eppure riconoscono in Gesù un dio profetizzato dalla loro stessa fede; quanto alla data, il 6 gennaio viene osservato già dal IV secolo, e sicuramente è ufficiale da dopo il Concilio di Tours del 567.

Detto anche questo, finalmente possiamo tirare le somme: perché il Cristianesimo festeggia l’Epifania e lo fa il 6 di gennaio? Il 25 dicembre non è indicato da nessun Vangelo come data di nascita di Gesù, ma venne scelto appositamente fra il IV e il V secolo per sostituire il culto romano del Sol Invictus e qualsiasi altra festa pagana legata al solstizio d’inverno (vedi l'articolo "Yule, il Natale originale"). Nemmeno il 6 gennaio viene indicato, e neppure che trascorsero 12 giorni dalla nascita di Gesù alla visita dei Magi. Per cui, alla luce di tutto quello che abbiamo visto, possiamo dire che anche la data dell’Epifania è stata scelta con lo stesso criterio: per sovrapporre il Cristianesimo alle credenze preesistenti, perché, ai fini della conversione dei pagani, giocare sulla somiglianza fra vecchia e nuova religione avrebbe funzionato meglio e più a lungo termine di qualsiasi persecuzione.

I Magi esistevano, ma non sono mai stati a Betlemme

La tradizione la conoscono tutti. I Magi erano in tre e si chiamavano Gaspare, Melchiorre e Baldassarre; erano dei Re che venivano da Oriente, o da India, Persia e Arabia, oppure da Europa, Africa e Asia (ecco perché, spesso, sono rappresentati uno bianco, uno nero e uno mulatto); giunsero a Betlemme guidati da una stella, portarono in dono oro, incenso e mirra, e fecero visita a Gesù il 6 gennaio, 12 giorni dopo la sua nascita al 25 dicembre. Sull’ultimo punto abbiamo discusso fino ad ora e abbiamo capito che si tratta di pura invenzione, ma che cosa dire del resto? C’è qualcosa di vero o è solo una leggenda?

Fatta eccezione per i Vangeli Apocrifi, cioè quei Vangeli non riconosciuti dalla Chiesa e comunque redatti in tempi molto successivi, l’unico Vangelo che riporta l’episodio dei Magi è quello di Matteo (2.1 – 12). Qui si racconta che “alcuni Magi giunsero da Oriente a Gerusalemme”, dove iniziarono a domandare dove fosse “il Re dei Giudei”, visto che “la sua stella” li aveva condotti fino a lì. Re Erode, spaventato dalla notizia e non sapendo nulla di alcuna stella o profezia, chiese a scribi e sacerdoti di indagare e così venne a sapere che il luogo in cui cercare era Betlemme. Allora incontrò i Magi, diede loro l’informazione e li pregò di tornare a riferire, in modo che anche lui potesse andare a trovare questo “Re”. Guidati ancora dalla stella, i Magi arrivarono fino a Gesù e gli consegnarono i tre doni, dopodiché tornarono in patria, perché furono avvertiti in sogno di non tornare da Erode.

E questo è quanto, di tutta la vicenda non sappiamo altro. Nessun riferimento ai loro nomi, ai Paesi specifici da cui provenivano, o al fatto che fossero in tre e che fossero dei Re. Da dove deriva, allora, quello che ci ha tramandato la tradizione? Di sicuro si tratta di interpretazioni e di aggiunte fatte a posteriori, ma fatte sulla base di cosa? E con quale scopo?

Quello che possiamo dire è che, se i Magi sono 3, è solo per via di una supposizione fatta sulla base che 3 sono anche i doni portati. Questi ultimi, fra l’altro, non sono affatto casuali, perché l’oro è l’oggetto d valore tipico dei regnanti, l’incenso è da sempre la tipica fragranza accesa in onore delle divinità, e la mirra era una resina usata anticamente per l’imbalsamazione; sono quindi oggetti che simboleggiano la regalità, la divinità e l’umanità di Gesù, visto che è Dio incarnato (il Re dei Re), è Dio e suo figlio al tempo stesso (quindi una divinità), ma è anche umano e destinato a morire. Possiamo anche ricordare che i Magi (dal persiano magūsh) erano astrologi esperti e sacerdoti dello Zoroastrismo, la religione dominante nell’Impero Persiano dell’epoca, una che credeva nella venuta di un Salvatore di nome Saoshyant, e che pensava che determinati fenomeni astronomici potessero predire la venuta di un grande regnante. Anche l’Ebraismo credeva nell’arrivo di un Messia, e l’Antico Testamento riporta numerose profezie che indicano Israele e Betlemme come il luogo, una “stella” come segno, e dei Re da tutte le nazioni che giungono per adorarlo (Isaia 60, Salmi 72, Salmi 68, Michea 5:1, Numeri 22-24). Infine, in quanto ai nomi e alla provenienza, dato che parlava di “Magi” e che a oriente della Palestina c’era appunto l’Impero Persiano, Matteo alludeva di sicuro a questo come Paese d’origine; quelli che conosciamo oggi li ha quindi creati nel tempo la tradizione popolare, forse anche per dare all’evento una portata sempre più grande e internazionale.

E infatti, alla fine dei giochi, molti esperti concordano ormai sul fatto che l’episodio dei Magi sia solo leggenda. Una leggenda che, come al solito, è stata costruita con un puro scopo di propaganda: con tutti quei simboli e quelle “incredibili somiglianze” con Ebraismo e Zoroastrismo, il messaggio che vuole mandare è che Gesù è proprio quel Salvatore predetto anche da quelle fedi, perfino da una pagana, e che il Cristianesimo è quindi l’unica vera religione da abbracciare.

La Befana è una vetusta, bonaria e sfuggente Madre Natura

La vecchia, il terzo volto della Triplice Dea

Vecchia, coi capelli bianchi e col naso adunco. E magari anche gobba, con pochi denti e coperta di abiti che hanno le toppe perfino sulle toppe. Anche se brutta, questo aspetto, sommato al suo carattere bonario, rende la Befana buffa e simpatica, e suscita anche un po' di tenerezza. Ma come mai viene rappresentata così? Deriva proprio da quello che abbiamo visto all’inizio: dal culto della Dea Madre, e in particolare alla sua veste di Triplice Dea.

Quando si parla di Divinità Triplice, si intende o delle divinità che compaiono sempre in gruppi di 3, oppure un’unica divinità che può assumere 3 aspetti al tempo stesso. Anche questo è un archetipo che ricorre in molte culture del mondo, e infatti, nel primo caso, vedi le Moire greche, le Parche romane, le Norne norrene, o la triade araba di Al-'Uzzā, Allat e Manāt; nel secondo caso, ne sono un esempio Ecate fra i Greci, Diana fra i Romani, Brigid fra i Celti, o Mahadevi nell’Induismo. E come mai proprio 3? Perché il 3, come il 12, è un numero che nasconde un profondo simbolismo: inizio-metà-fine, passato-presente-futuro, vita-morte-rinascita, nascita-crescita-declino; in questo numero, insomma, si sintetizzano le 3 grandi tappe esistenziali che qualsiasi cosa, vivente o non vivente, sperimenta nell’universo.

Ci sono anche esempi di Triplici Dèi, tipo Para Brahman nell’Induismo o Triglav nella mitologia slava, ma il più delle volte si parla di Triplici Dee, quindi di divinità femminili. Perché? Perché è la terra quella che crea, preserva e distrugge al tempo stesso, perciò lo è anche la Dea Madre che la rappresenta, e con lei molte delle sue “eredi”, fra cui ci sono proprio delle dee come Diana e Strenia. Si può dire, quindi, che la credenza di divinità femminili, associate alla natura e al nuovo anno, e con il triplice aspetto di giovane, matura e anziana, era già radicata da secoli nell’immaginario dell’uomo.

I loro culti, come tutti quelli pagani in generale, sono sopravvissuti per molto tempo dopo la cristianizzazione, specialmente nelle campagne, forse perché proprio qui i cicli stagionali e dei raccolti erano ancora un “ricordo tangibile” di quelle dee e di Madre Natura; non per niente il termine “pagano” deriva da “pagus”, cioè il territorio rurale oltre le mura della città. Per di più, Diana è forse l’unica dea a essere menzionata esplicitamente nei Vangeli (Atti 19), per cui è stato facile, nei secoli successivi, associare proprio lei, il suo culto e tutto il suo simbolismo alla stregoneria e alle streghe. E come era rappresentata tipicamente la strega? Come una “vecchiaccia, brutta e cattiva” a partire, più o meno, dal XIV secolo, lo stesso periodo in cui compare anche il nome “Befana”, che deriva da “epifania” tramite “bifanìa” e “befanìa”. Messo insieme tutto questo, possiamo dare la risposta: la Befana è vecchia perché è il lascito di uno dei tre volti della Dea Madre, è l’antico simbolo di una natura arrivata vecchia e spoglia alla fine del sacro ciclo di 12 mesi, scandito dalle 3 tappe universali di ascesa-sviluppo-discesa.

I regali, il carbone, la calza e la scopa: simboli antichi di speranza, protezione e purificazione

Porta i regali come Babbo Natale, ma non li lascia sotto l’albero, li mette dentro una calza. A volte porta giocattoli, ma più spesso sono dei dolci, e per i bambini “monelli” ha in serbo anche un po' di carbone. Pure lei si dice che passi dal camino ma, invece che su una slitta, vola di casa in casa in sella ad una scopa. C’è qualche connessione fra queste tradizioni e le antiche origini della Befana?

L’usanza di scambiarsi regali al passaggio fra anno vecchio e nuovo era diffusa fra i Romani già in Età Regia. Secondo la leggenda fu istituita da Romolo all’anniversario della fondazione di Roma, perché, quando cinse la città con le mura, i cittadini lo vollero omaggiare con dei rami tratti da un bosco sacro dedicato a Strenia; secondo un’altra, fu istituita da Tito Tazio, coregnante di Romolo, che per primo colse un ramo da un bosco di Strenia e lo usò come dono augurale per l’anno nuovo. In ogni caso, l’usanza ricorre intorno all’anno nuovo già da quel periodo, e se all’inizio si trattava di rami di piante sacre tipo ulivo o alloro, col tempo si passò a cibo, denaro e oggetti vari; e i regali presero il nome di strenae (da cui la “strenna” di oggi) perché ricollegati a Strenia, un po' per via di queste leggende, e un po' perché era una dea dell’abbondanza festeggiata in quel periodo dell’anno. Il significato dei regali, infatti, era quello di un buon auspicio, un augurio di nuova fertilità e ricchezza per i mesi avvenire. Perciò si può dire che la Befana porta i regali come faceva prima di lei il “vecchio volto” di Strenia.

E perché porta anche il carbone ai bambini “cattivi” e mette tutto quando dentro una calza? Merito dei culti del Sole e colpa della morale Cattolica. Quello di accendere grandi falò all’aperto o piccoli fuochi nel camino di casa è un rito antichissimo, diffuso fra tanti popoli e in occasione di molte festività, il cui significato è quello di propiziare il ritorno della luce e del calore del Sole. Ma non solo. Spesso veniva acceso con legno di piante tipo quercia, olivo o betulla, o perfino con fantocci vestiti di stracci, perché volevano rappresentare l’anno vecchio, per cui il senso era quello di voler bruciare insieme ad essi tutte le cose andate per il verso sbagliato. E così il suo carbone diventava un potente amuleto contro le sventure future, che si conservava in casa, si spargeva nei campi, o si portava con sé dentro calze di lana, che erano anche utili contro il freddo del periodo. Ma, come avrete capito fino ad ora, la Chiesa ce l’ha messa tutta per cancellare certe tradizioni, e infatti è con la diffusione della mentalità cristiana che il carbone diventa un simbolo negativo tanto quanto la Befana, che quindi cominciò a portare solo quello ai bambini che si erano comportati “male”.

Che siano regali o carbone, comunque, la Befana li porta volando su una scopa, e il perché può essere il frutto di un mix di molti fattori. Di certo, la scopa è stata fra i primi oggetti a essere usati per la pulizia della casa, per cui è stato facile associarla alla figura della donna (stereotipo delle pulizie domestiche), e anche a riti di purificazione legati all’anno nuovo o alla primavera, alcuni dei quali si praticano ancora oggi (vedi le famose “pulizie di primavera”). Come si è visto, poi, i culti solari avevano già un profondo legame con rami, fascine e tronchi di piante e, in ambito romano, anche con divinità come Strenia. E non ci dimentichiamo la tradizione delle “donne volanti” guidate da Diana, che di sicuro ha contribuito all’immagine della “strega volante” di qualche secolo dopo. Da questa mescolanza di simboli, tradizioni e associazioni, forse, deriva la figura della Befana che vola su una scopa.

La Befana italiana non è l'unica, e non ha mai incontrato i Magi

Se intendiamo la Befana come una donna anziana, che vola su una scopa e porta i regali ai bambini il 6 gennaio di ogni anno, si può dire che è una figura tipica del folklore italiano. Se però andiamo a guardare al simbolismo generale, cioè quello che abbiamo visto fino ad ora di “anno vecchio”, o personificazione di una Madre Natura “attempata”, allora possiamo dire che la Befana ha varie altre “sorelle”. Per lo meno in Europa, c’è la Perchta del folklore austriaco, la Hulda di quello tedesco, la Cailleach di quello gaelico, o la Baba Yaga di quello slavo.

Quanto al famigerato incontro con i Magi, ovviamente non compare da nessuna parte nei Vangeli, si tratta di una leggenda popolare che forse risale al XII secolo. È la leggenda secondo cui i Tre Re, siccome non riuscivano a trovare la strada per Betlemme, chiesero indicazioni ad una donna anziana che incontrarono lungo la via. Lei li informò, i Magi la invitarono a seguirli ma, siccome aveva da fare, li lasciò andare per conto loro. Poi ci ripensò, preparò un sacco pieno di regali e cercò di raggiungere sia i Magi che Gesù ma, siccome non li trovò, si fermò di casa in casa a lasciare quei regali a tutti i bambini che incontrava. Da allora diventò la Befana, e iniziò a ripetere il rito tutti gli anni e con tutti i bambini del mondo, per compensare il fatto di non aver portato alcun regalo al “bambino dei bambini”.

Chi, dove e quando ideò la leggenda non lo sappiamo, ma il perché è palese: probabilmente fu un tentativo di “cristianizzare” la figura della Befana, visto che ogni altro mezzo adottato dalla Chiesa sembrava che non ce la facesse proprio a eliminare dall’immaginario questa “vecchia Madre Natura”. E, a quanto pare, non ce l’ha mai fatta.

La nostra epifania sarà la nostra salvezza

Molti considerano la mitologia solo come un’accozzaglia di “belle storie”, dei racconti suggestivi e pieni di fantasia che non hanno alcuno scopo se non quello di fare un po' di intrattenimento. Ma non c’è nulla di più sbagliato. Divinità e creature leggendarie, poteri soprannaturali e oggetti magici, epoche perdute e luoghi misteriosi. Qualsiasi ingrediente che compaia in un mito è un simbolo, una metafora, una proiezione delle emozioni dell’uomo, del suo animo. E se anche la superbia del mondo di oggi fra credere a tutti (e a sé stesso) che tutta la nostra storia sia solo il frutto del pensiero e delle azioni, in realtà ciò che muove il nostro mondo sono prima di tutto le nostre sensazioni. Perciò, il bello e l’utile di “sondare il mito” è che ci permette di capire sia noi stessi che il nostro mondo, nel passato, nel presente e nel futuro. E infatti, che cosa ci raccontano di noi le origini dell’Epifania?

Ci raccontano che non importa che sia una o che siano cento, che rappresentino un singolo albero o l’intero pianeta: le divinità di ogni tempo e di ogni fede sono semplicemente dei riflessi, delle personificazioni di emozioni umane o elementi naturali. Se la natura è qualcosa di non ben definito, e a volte astratto e intangibile, l’uomo si sente impotente nei suoi confronti, ma se ha un aspetto, un volto, un nome e addirittura una personalità e una storia, allora ci può essere un dialogo, un’interazione, e delle sue azioni che possono fare la differenza. In altre parole, se un'emozione o un fenomeno diventano un dio, allora diventano “umani”; in altre parole, nel venerare le divinità, l’uomo venera sé stesso e il mondo che lo circonda.

Ma, soprattutto, ci raccontano un’altra cosa. Che la nostra specie, agli inizi, aveva un approccio intuitivo e istintivo verso la natura sia umana che generale, aveva una connessione profonda con essa e, allo stesso tempo, ne era anche un po' soggetta, perché non sapeva nulla dei suoi meccanismi. Poi si è evoluta, ha iniziato a svelare e controllare i “segreti” delle cose, e questo ha portato al predominio della logica e ad una grave sconnessione, perché ci ha illusi di essere diventati onnipotenti. In pratica, siamo passati da un mondo con una visione olistica in cui l’uomo è “schiavo” della natura, a uno con una visione meccanicistica in cui la natura è “schiava” dell’uomo.

Sono convinto che, se là fuori ci fossero 100.000 pianeti come la Terra con 100.000 civiltà come quella umana, scopriremmo 100.000 storie identiche alla nostra, perché questa è una dinamica spontanea dell’evoluzione, una a cui va sempre incontro la materia nel momento che diventa autocosciente. Ma questo non significa che ci possiamo sedere sugli allori. È giunto il momento di fare basta con credenze spirituali che creano fantocci della natura e negano istinti ed emozioni per un puro scopo di controllo. E basta anche con quei metodi di produzione che credono di poter spremere cose e persone senza conseguenze, mentre puntano al profitto di pochi che del presente e del futuro degli altri e del mondo se ne fregano. È giunto il momento di creare un nuovo mondo, un terzo mondo che sia l’unione e la sintesi dei due precedenti, fatto di emozioni, pensieri e istinti, spirito, mente e corpo che lavorano insieme.

Sapete qual è un altro significato di “epifania”? È quello di intuizione, illuminazione, risveglio. Quello di questo periodo storico è il nostro momento, è quello del risveglio di cui abbiamo bisogno per evolverci. Non più uomo e natura schiavi l’uno dell’altro, ma soci alla pari. O ancora meglio: una cosa soltanto.


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Fonti:

venerdì 6 novembre 2020

Se il frigo del mondo fonde, il piatto piange e la natura si confonde

Cause ed effetti dello scioglimento dei ghiacciai, i numeri del fenomeno e la parte che può fare ognuno di noi

Sentiamo dire che i ghiacciai si ritirano, e poi viene fuori che alcuni stanno avanzando o che il loro numero cresce. Rapporti annuali ce ne parlano di Poli che si sciolgono e orsi e pinguini che si estinguono, ma le cronache meteo ci raccontano di nevicate abbondanti e vortici polari fortissimi. E soprattutto, ci avvertono di scioglimenti molto rapidi e di livello del mare che sale, ma le proiezioni future parlano di pochi centimetri, e c’è chi sostiene che è tutto un fenomeno naturale. Ma insomma, questi ghiacci si stanno sciogliendo oppure no? È vero o non è vero che la colpa è dell’uomo e che è un problema che riguarda tutti quanti? E se sì, si può fare qualcosa per impedirlo?

La risposta, purtroppo e per fortuna, è “”. Le questioni ambientali, oggi come non mai, ci dimostrano come il mondo sia davvero tutto connesso, per cui si tratta di un fenomeno che di per sé è piuttosto complesso; allo stesso tempo, la buona informazione e la buona cultura scarseggiano, mentre disinformazione e censura galoppano, per cui è facile perdersi e non capirci più nulla.

Ma la realtà è proprio questa. I ghiacci del mondo stanno fondendo ad una velocità mai vista prima, e l’unico fattore naturale che ne è la causa si chiama “uomo”. Che abitiamo in Siberia, ai Caraibi o in Egitto, è un problema che riguarda tutti quanti, perché i suoi effetti non risparmiano nessun angolo del pianeta. Ma, proprio perché i colpevoli sono pochi fra noi, molti altri sono quelli che possono fare la differenza. Ogni giorno.

Non solo Poli: "ghiaccio" significa "criosfera", e ogni sua parte è importante

Ghiacciaio Perito Moreno, Patagonia

Quando si parla di “ghiacci” si è subito abituati a pensare ai ghiacciai sulle vette dell’Himalaya, oppure alle distese bianche di Polo Nord e Polo Sud. Ma, in realtà, quando si parla di scioglimento e salvaguardia, non si intendono soltanto questi, e quindi ecco che, più in generale, si parla di “criosfera”: con questo termine si intende tutta quella parte della superficie terrestre coperta o intrisa di neve o di ghiaccio, che sia su terra o su mare, e in modo perenne o stagionale. Ne fanno parte i ghiacciai montani e le calotte polari, appunto, ma c’è da considerare anche la copertura nevosa, la banchisa e il permafrost.

I ghiacciai montani sono quelli che troviamo su grandi catene montuose come Alpi, Caucaso, Urali, Alpi Transilvaniche, Himalaya, Ande, Cordigliera Nordamericana e altopiani dell’Africa orientale. Sono ghiacci perenni, che si formano al di sopra del limite delle nevi perenni: una quota, variabile con la latitudine, al di sopra della quale la neve che cade non si scioglie mai, e dunque si accumula a formare il ghiaccio; all’equatore equivale a ca. 4500m, sulle Alpi a ca. 3000m.

I ghiacci dei Poli comprendono sia quelli su terraferma (calotte) che quelli su acqua (banchisa). I primi sono ghiacci perenni, che in Antartide hanno iniziato a formarsi nell’Epoca Eocene (55 – 34 milioni di anni fa) e che oggi occupano 14 milioni km2 (46 volte l’Italia); nell’Artide si intende quelli che coprono la Groenlandia, formati a partire dal Miocene (23 – 5 milioni) e estesi oggi per 1.7 milioni km2 (6 volte l’Italia). I ghiacci della banchisa, invece, sono quelli che si formano principalmente per congelamento dell’acqua e, a differenza delle calotte, sono stagionali: si parla quindi di Mar Glaciale Artico, che oscilla fra 14 e 5 milioni km2 fra marzo e settembre, e Mar Glaciale Antartico, che va da 17 a 2 milioni km2 fra settembre e marzo.

La coltre di neve è quella parte di superficie che viene coperta dalla neve, ma mai in condizioni tali da permettere la formazione di ghiacciai. Anche questa è stagionale, infatti, si accumula nelle stagioni fredde e si scioglie quasi del tutto in quelle più calde, passando, nell’emisfero nord, da 46.5 milioni km2 a gennaio a 3.8 milioni ad agosto (come dire da 153 a 12 volte l’Italia).

Infine abbiamo il permafrost, cioè quel suolo che rimane per tutto l’anno a temperature intorno a 0 °C o inferiori. Copre una superficie di 54 milioni km2 (178 Italie) soprattutto fra Siberia, Canada e Alaska, e ha degli spessori che vanno da un minimo di 30cm a fino anche a 1500m. Lo strato più superficiale, detto “attivo”, si congela e scongela stagionalmente, mentre quello più profondo rimane costantemente congelato almeno dall’ultima Età Glaciale (115.000 – 11.700 anni fa).

Scioglimento dei ghiacci: numeri e false notizie

PERMAFROST. In alcune zone della Siberia, come a Čerskij, fino al 2015 la temperatura media dello strato attivo del permafrost si aggirava intorno ai -3 °C, ma già nel 2018 era salita a +2 °C. Se fino a qualche anno fa, globalmente, il suolo congelato faceva registrare scioglimenti di pochi cm/anno, negli ultimi tempi si rilevano anche balzi di 3m in poche settimane o giorni. Avanti di questo passo, si stima che, entro il 2100, la zona di permafrost nei primi 3.5m potrebbe diminuire fra il 38 e l’81%.

Ghiacciaio Upsala, Argentina

GHIACCIAI MONTANI. Il WGMS (World Glacier Monitoring Service) pubblica annualmente un rapporto sullo stato di salute dei ghiacciai di tutto il mondo. Dal 1946 al 2005 ha monitorato 228 ghiacciai principali sul pianeta, di cui 30, distribuiti in 9 catene montuose, costantemente sorvegliati fino ai giorni nostri. I dati parlano chiaro: i ghiacciai montani, il cosiddetto “terzo polo” della Terra, si sono ridotti del 75% in circa 70 anni. Lo scioglimento è rallentato intorno agli anni 70, ma il bilancio totale è negativo e in continua accelerazione da allora, tanto che, fra 1996 e 2005, è risultato il quadruplo di quello fra 1976 e 1985. Qualche esempio? Le Alpi italiane hanno perso il 50% del ghiaccio nell’ultimo secolo, e di questo il 70% è sparito negli ultimi 30 anni. Sull’Himalaya, migliaia di ghiacciai mostrano una forte diminuzione in area e spessore fin dal 2000, con un tasso di scioglimento che accelera ogni anno dal 1995; vedi il caso del Nepal, che ha perso il 20% del ghiaccio fra 1963 e 2009. I ghiacci della Patagonia, sulle Ande, si sono ritirati di una media di 1km dagli anni 90 e di 10km rispetto all’Ottocento. Stesso scenario nel Nord America, dove la Cascade Rage ha perso il 20-40% del volume di ghiaccio fra 1984 e 2005, e il ghiacciaio Athabasca (uno dei più grandi del Canada) si è ritirato di 1.5km dalla fine del 19° secolo. Numeri simili anche in Nuova Zelanda, con le Alpi Meridionali che hanno perso il 34% del volume di ghiaccio fra 1976 e 2014.

Ghiacciai Muir e Riggs, Alaska
E non lasciatevi ingannare se sentite dire che il numero dei ghiacciai è aumentato, o che alcuni sono in crescita. È vero, sulle Alpi italiane si contavano 824 ghiacciai nel 1962, 1381 nel 1989 e 900 nel 2015, così come sull’Himalaya del Garhwal si è passati da 69 nel 1968 a 75 nel 2006; ma questo non significa che il ghiaccio sta aumentando, anzi è al contrario: parliamo di ghiacciai che stanno su terraferma, che riempiono grandi e piccole valli, per cui, quando un grande ghiacciaio si ritira, se prima era uno soltanto a coprire 3 valli, dopo risulta frammentato in 3 diversi ghiacciai, uno per valle. Ci sono ghiacciai che crescono? Sì, per esempio quelli dei monti Karakorum, in Pakistan, ma si tratta di un caso isolato, dovuto a particolari condizioni locali.

Nel complesso, secondo il 5° rapporto della IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), se il clima continuerà a cambiare con il passo attuale, da qui al 2100 il volume dei ghiacciai potrebbe scendere di un 15-55% (nel caso più ottimistico) o di un 35-85% (in quello più estremo). Sulle Alpi italiane, i ghiacciai al di sotto dei 3500m potrebbero sparire anche entro il 2050.

I POLI. Polo Nord e Polo Sud messi insieme rappresentano il 97% del ghiaccio che si trova sulla Terra, perciò è qui che si gioca la partita sul futuro dei ghiacciai. In Antartide la temperatura media è cresciuta di 3°C nell’arco di 50 anni, e nel 2020 si sono battuti tutti i record, con 20.75°C registrati a febbraio nella Penisola Antartica (la media del periodo dovrebbe essere 1-2°C). In 25 anni, fra 1992 e 2017, si sono sciolte 2700 miliardi di tonnellate di ghiaccio, soprattutto nella parte Est della Penisola; e quel che è peggio è che il tasso di scioglimento è accelerato, da 49 miliardi t/anno nel periodo 1992 – 1997, a 219 miliardi in quello 2012 – 2017.

Mar Glaciale Artico, sett. 2012

E l’Artide, forse, se la passa anche peggio. Secondo la IPCC, il decennio 1995 – 2005 è stato, per il Polo Nord, il più caldo dal 17° secolo, con temperature medie di 2°C superiori a quelle del periodo 1951 – 1990. Anche qui il 2020 ha segnato un record, col periodo Marzo – Maggio con medie di temperature superiori alla norma di ben 10°C, e con il record storico di 38°C misurato il 20 giugno nella Yakutia. La calotta della Groenlandia perdeva 33 miliardi t/anno negli anni 90, ma fra 2012 e 2016 siamo passati a 247 miliardi; la banchisa, invece, nel 1979 toccava il minimo annuale con 7.05 milioni km2 , ma nel 2012 è arrivata a 3.41, il più basso mai registrato (e il 2020 ci è andato vicino con 3.47).

E anche qui state molti attenti alle false notizie e ai luoghi comuni. C’è chi dice che il ghiaccio dei Poli è così abbondante che ci vorrebbero millenni per scioglierlo tutto, che non si è sciolto completamente nemmeno durante l’ultimo periodo caldo vissuto dalla Terra, e che l’accumulo di neve nelle zone centrali compensa le perdite della banchisa. Oppure ancora, che le forti nevicate degli ultimi tempi riequilibrano il bilancio, che la crescita dell’Antartide compensa le perdite dell’Artide, e che il primo contribuisce molto di più al livello del mare.

In realtà, che il ghiaccio dei Poli si sciolga del tutto in pochi secoli si sa già che è improbabile, ma il punto è che non importa che si sciolga tutto per causare dei danni; in più, come si è detto, il tasso di fusione non è costante, ma accelera di continuo. Perciò, già con le emissioni umane attuali, la Groenlandia potrebbe perdere il 20-40% del suo volume in 400 anni, e questo significherebbe un aumento del mare di 1.4-2.8m. La neve che cade sulle calotte, poi, non compensa affatto le perdite della banchisa, uno perché si riduce anche lo spessore e non solo l’estensione, e due perché, come osservato dal satellite GRACE fra 2002 e 2008, mentre l’interno è rimasto abbastanza stabile, la banchisa si è sempre ridotta, perciò il bilancio totale è in negativo.

Eagle Island, Antartide

Per via di una serie di fattori come l’altitudine, le correnti oceaniche fredde e il fatto che gran parte del ghiaccio poggia su terraferma, l’Antartide ha temperature medie più basse dell’Artide e risente anche meno del cambiamento del clima, il che può davvero portare a raffreddamento e avanzamento dei ghiacci. Ma si tratta di episodi occasionali e locali, il bilancio complessivo è comunque in negativo fin da quando viene calcolato, perciò non fa affatto il pari con lo scioglimento dell’Artide. È vero, poi, che negli ultimi anni si sono verificate delle nevicate intense, ma non bastano a riequilibrare la bilancia, e per di più sono una conseguenza del clima che cambia: più alta è la temperatura dell’aria, più umidità questa può trattenere, e quindi maggiori saranno le precipitazioni per singolo evento meteo; ma nella crescita o decrescita del ghiaccio la temperatura influisce molto di più, e infatti, come è visto fino ad ora, nonostante queste nevicate il ghiaccio non fa che diminuire sia in spessore che in estensione.

Cos'è che fa sciogliere il "frigorifero del mondo"?

Dare la colpa ai fenomeni naturali è comodo e liberatorio, ma è controproducente

FENOMENO CICLICO. Nella storia della Terra si sono sempre alternate fasi glaciali e interglaciali, quindi fasi con temperature medie più basse o più altre, e quindi con espansione o ritiro dei ghiacci. Le più grandi glaciazioni si sono avute nel Criogeniano (720 – 636 milioni di anni fa), fra Ordoviciano e Siluriano (450 – 420 milioni), fra Carbonifero e Permiamo (360 – 260 milioni), oppure nella fase attuale, iniziata nel tardo Periodo Paleogene (34 milioni).

Per essere chiari, il tempo geologico viene diviso infatti in intervalli più o meno piccoli, segnati da eventi biologici o non biologici di grande portata. Dai più grandi ai più piccoli si parla di Eoni, Ere, Periodi, Epoche e Età, perciò ecco che noi, oggi, ci troviamo nell’Eone Fanerozoico (iniziato 540 milioni di anni fa), nell’Era Cenozoico (65 milioni), nel Periodo Quaternario (2.58 milioni) e nell’Epoca/Età Olocene (11.700). In questi termini, quindi, si può dire che ci troviamo in una Era Glaciale (il Cenozoico), ma nei fatti non lo siamo: ogni glaciazione è segnata da intervalli glaciali e interglaciali di durata spesso più piccola delle Età, e infatti il nostro Olocene è un interglaciale; l’ultimo intervallo glaciale risale a 115.000 – 11.700 anni fa, che fa parte dell’Epoca Pleistocene, quella precedente alla nostra (2.58 milioni – 11.700 anni fa).

E il punto della questione sta proprio qui. Di intervalli di questo tipo si stima che se ne siano alternati una ventina solamente durante il Pleistocene, e tutti quanti hanno delle durate minime di decine di migliaia di anni. Detto in altre parole, se è vero che i ghiacci si espandono e si ritirano anche per processi naturali, è pure vero che questi processi richiedono degli anni con delle cifre a quattro o cinque zeri. Invece, se durante gli ultimi glaciali e interglaciali la concentrazione di CO2 è oscillata fra 180 e 280mg/kg, in appena 150 anni (cioè dalla Rivoluzione Industriale) è schizzata da 280 a 412mg/kg, e la temperatura globale è cresciuta di quasi 1°C. E il colmo dei colmi è che, se non fosse per le attività umane, anche se adesso siamo in un interglaciale, in teoria non dovremmo andare incontro ad un riscaldamento, ma ad un nuovo raffreddamento, iniziato circa 6000 anni fa (fase Neoglaciale).

Vulcano Beerenberg

VULCANISMO e CALORE GEOTERMICO. In tutto il Circolo Polare Artico, attualmente, ci sono appena 5 vulcani attivi, cioè Kolbeinsey Ridge, Beerenberg, Haakon Mosby, Gakkel Ridge e Lomonosov Ridge, e nessuno di questi è tanto attivo o distruttivo da costituire una minaccia per l’intero ghiaccio dell’Artide. In Groenlandia non esistono evidenze di vulcani attivi o quiescenti negli ultimi 5 milioni di anni; in passato, fra 80 e 50 milioni di anni fa, è passata sopra ad un punto caldo, di cui si può rilevare ancora oggi la traccia di calore residua, ma adesso quel punto caldo è sotto l’Islanda, e non è nemmeno la causa principale del suo vulcanismo, che invece è dovuto alla Dorsale Medio Atlantica. In Antartide, invece, non si conosce il numero complessivo di vulcani presenti ma, se anche 138 sono stati scoperti nella parte Ovest, pochissimi di questi risultano attivi. Fra l’altro, il vulcanismo è presente in Antartide da milioni di anni ed è sempre coesistito con la calotta; in fondo, la placca tettonica su cui poggia è la più stabile e meno attiva sul pianeta, e infatti l’attività vulcanica non è molto cambiata.

E come potrebbe fare il vulcanismo a spiegare lo scioglimento del permafrost e il ritiro dei ghiacci a tutte le latitudini? C’è forse un vulcano sotto tutti i ghiacci della Terra? Ovviamente no, e infatti un’altra falsa causa che è stata tirata in ballo è il flusso di calore geotermico. Questo flusso esiste, è dovuto al decadimento di elementi radioattivi e al residuo dalla formazione della Terra, ma a livello della superficie ha un valore medio di 42 terawatt, che è come dire 0.087 w/m2. In altre parole, corrisponde ad appena lo 0.027% del bilancio energetico in superficie, e infatti, per fare un paragone, considerate che la radiazione del Sole contribuisce con 170.000 terawatt, cioè 340 w/m2.

Cicli solari 1985 - 2020

IL SOLE. Fra processi di assorbimento e irradiazione, l’energia fornita dal Sole è controbilanciata da quella che la Terra riemette nello spazio; è per questo che, a meno di cicli astronomici o eventi terrestri (fra cui le attività umane) la temperatura globale rimane costante nel tempo. E negli ultimi tempi non c’è stato alcun cambiamento nell’attività del Solesecondo la NASA, dal 1950 ad oggi ci sono state variazioni di appena lo 0.1%in più, ogni 11 anni si ripete un ciclo che alterna picchi di alta o bassa attività (Massimo e Minimo Solare) ma, il ciclo attuale, iniziato nel dicembre 2008, risulta di intensità anche più bassa rispetto ai due precedenti. Se, quindi, nello stesso periodo, la temperatura globale è cresciuta, escludendo anche cicli naturali e vulcanismo, la causa rimanente sono i gas serra emessi dall’uomo, che hanno causato un riscaldamento 50 volte più efficace dal 1750 fino ad oggi. In passato, un Minimo Solare ha contribuito alla famosa Piccola Era Glaciale (1650 – 1715), ma fu solo perché coincise con una più intensa attività vulcanica, tant’è che il raffreddamento iniziò prima del Minimo; la riprova sta nel fatto che oggi, fra 2019 e 2020, siamo di nuovo in un Minimo, eppure si osserva un riscaldamento. Perché? Perché un Minimo Solare può contribuire ad una riduzione di 0.1 w/m2, cioè 0.3°C, un valore che corrisponde ad appena 3 anni di emissioni attuali di CO2 e che, comunque, sarebbe solo temporaneo.

Produzione di energia, agricoltura e allevamento sono i veri colpevoli

Anidride carbonica (CO2), metano (CH4) e protossido di azoto (N2O). I tre maggiori gas serra vengono emessi in atmosfera quando si bruciano i combustibili fossili (petrolio, gas, carbone) per produrre energia elettrica o per i trasporti. Quando si coltiva o si allevano animali in maniera intensiva. Quando si distruggono foreste per ricavarne legname o georisorse, o per far spazio ad agricoltura e allevamento industriali. Un loro accumulo in eccesso porta ad un incremento del naturale effetto serra, da cui un rapido riscaldamento sia dell’aria che di mari e oceani.

Di tutto questo ne risentono le Correnti a Getto e le Correnti Oceaniche. Le prime sono enormi flussi d’aria, causati dalla radiazione del Sole e dalla rotazione della Terra, che circolano in direzione ovest-est in entrambi gli emisferi e a centinaia di km/h; le principali si trovano intorno ai Poli, a 60° di latitudine, dove soffiano a 9-12km di quota, le altre intorno ai tropici, a 30° di latitudine e 10-16km di altezza. Quelle Oceaniche sono un concetto simile, ma con alcune differenze: sono causate anche dalla circolazione dei venti, raggiungono velocità inferiori (2-10km/h), si muovono in senso orario o antiorario a seconda che siano in emisfero sud o nord, e sono costitute da correnti fredde e calde. Le Correnti a Getto separano fra loro le masse d’aria polari, temperate e calde, e influenzano i principali sistemi meteorologici, tipo i Monsoni. Le Correnti Oceaniche, invece, a seconda che siano fredde o calde, influenzano il clima di ogni continente.

In tutto questo, il problema è che le Correnti a Getto sono influenzate dalla differenza di temperatura fra le masse d’aria, perciò, se questa si riscalda, la differenza diminuisce, le Correnti rallentano e i loro percorsi si fanno più tortuosi; così avvengono incursioni di aria fredda o calda a latitudini anomale, spesso con l’aggravante di stazionare per periodi più lunghi del solito. Discorso simile si può fare per le Correnti Oceaniche, che infatti dipendono dalla differenza di temperatura e salinità delle acque. Così, specialmente nell’Artide, arrivano masse anticicloniche insolitamente calde, che riducono la copertura nuvolosa e portano umidità (che agisce come un gas serra). Come si è già detto, possono avvenire nevicate più intense, ma la neve agisce come isolante termico, per cui c’è il rischio che intrappoli al suolo il calore anomalo, e allora lo scioglimento accelera. In definitiva, il bilancio fra ghiaccio formato e sciolo è a favore di quello sciolto, più acqua rimane libera dal ghiaccio e, siccome questa assorbe il 73% in più di calore rispetto ai ghiacci, ecco che contribuisce a farne sciogliere ancora di più.

Per i motivi che abbiamo visto prima, l’Antartide risente un po' meno di tutto ciò, ma abbiamo anche visto che non ne è immune. Prendete il caso di Pine Island del 2018: fece tanto scalpore perché le analisi delle acque di fusione rilevarono elio di origine vulcanica ma, come abbiamo detto, il vulcanismo non è la principale minaccia per il ghiaccio. Specialmente nell’Ovest Antartide, il grosso dei cambiamenti si nota sulla banchisa, e questo è dovuto a Correnti Oceaniche profonde più calde del solito, le stesse che sciolgono il grosso del ghiaccio di Pine Island.

Estinzioni e migrazioni, livello del mare e cambio del clima, epidemie e carenza d'acqua: la COVID-19 è una goccia nell'oceano (che sale!)

Jokulhlaup dal ghiacciaio Vatnajokull, 
Islanda, 2015

RISCALDAMENTO GLOBALE. Il surriscaldamento del pianeta causa lo scioglimento dei ghiacci, e questo, a sua volta, incrementa il surriscaldamento, che scioglie ancora più ghiaccio. Sembra il colmo, ma succede proprio così: se c’è sempre meno ghiaccio ai Poli, c’è sempre più acqua libera, e come si è detto prima questa assorbe più calore; inoltre, il ghiaccio riflette più radiazione sia di terra spoglia che di acqua, ma se ce n’è sempre meno la radiazione assorbita aumenta. In questo senso, il Polo Nord gioca il ruolo più importante, perché, al suo massimo, neve e ghiaccio coprono un’area maggiore rispetto al Polo Sud, e anche perché l’emisfero nord ha più terre emerse, quindi contribuisce di più alla riflessione.

JöKULHLAUP. Con questa parola islandese si intendono grandi fuoriuscite di acqua da laghi proglaciali o subglaciali, cioè laghi formati da acque di fusione in superficie o sotto il ghiaccio. Sono fenomeni naturali ma, se grandi quantità di ghiaccio si sciolgono in una volta sola, le barriere che contengono l’acqua possono cedere. E allora succede come in Perù nel 1941, con 1800 vittime; in Buthan nel 1994 con 23 vittime; o in Tibet nel 2000 con 10.000 case spazzate via. Non a caso, proprio in tutta l’Himalaya sono stati stimati circa 5000 laghi glaciali a rischio di esondazione.

ESTINZIONI. Nelle zone fredde della Terra vivono 67 specie di mammiferi terrestri, 35 marini, e un totale di 21.000 specie fra animali, piante e funghi. Gli orsi polari contano sul ghiaccio della banchisa per spostarsi e cacciare ma, solo nel Mare di Beaufort (nord Alaska) la popolazione si è ridotta del 40% fra 2005 e 2015; senza ghiacci di banchisa al 2050, la popolazione globale crollerebbe di 2/3, e stessa sorte per il 75% dei pinguini di Adelia dell’Antartide. Con il livello del mare che sale, scompaiono habitat come le foreste di mangrovie, le paludi, le piane tidali e le barriere coralline, cosa che espone ancora di più le cose all’erosione. Specie specializzate per certi ambienti scompaiono, altre sono costrette a spostarsi, e così vediamo crescere il fenomeno delle specie invasive, o grandi predatori come gli orsi che si avvicinano ai centri abitati. Tutti i cambiamenti nei parametri di ghiacci e acque che abbiamo visto compromettono il krill, quell’insieme di varie specie di zooplancton che è alla base della catena alimentare di pesci, calamari, cetacei e uccelli marini; il che significa che compromette anche la pesca e la nostra varietà di alimentazione.

POPOLAZIONI INDIGENE. Sono circa 4 milioni le persone di culture indigene che abitano nel Circolo Polare Artico, come Inuit, Yupik, Aleuti, Tungusi, Jakuti, Komi, Nency e Sami. Vivono da secoli in queste terre di caccia, pesca, raccolta o allevamento ma, se le cose andranno avanti così, non potranno farlo ancora per molto. Ghiacci sempre più sottili e più ridotti rendono gli spostamenti più pericolosi, impegnativi o del tutto impossibili. Fra specie che si riducono, migrano o spariscono la loro alimentazione è messa in difficoltà; senza contare che il permafrost si scioglie, e questo vuol dire non poterlo usare come frigorifero naturale per conservare il cibo, come invece sono abituati a fare da generazioni. Quindi cambia la loro alimentazione, il loro paesaggio, il loro stile di vita: la loro cultura cambia (o scompare) con essi, e intanto rischiano di ingrossare le fila dei rifugiati climatici.

GAS SERRA dal PERMAFROST. Le basse temperature del permafrost, in migliaia di anni, hanno impedito o limitato la decomposizione della materia organica del suolo, e infatti si stima che contenga ca. 1600 miliardi di tonnellate di carbonio (contro gli 870 di tutta l’atmosfera). Se quindi le temperature aumentano e il permafrost fonde, si innesca la decomposizione, e questa libera CO2, metano (25 volte più efficace) e protossido (200 volte più efficace) in quantità enormi: il 20% del permafrost è fatto di ghiaccio a scioglimento rapido, perciò, per ogni grado in più di temperatura globale, emette l’equivalente di 4-6 anni di emissioni umane ai tassi attuali. È vero che, a causa della fusione, la vegetazione sta guadagnando terreno, ma questo non compensa le emissioni, anzi le accelera: erbivori come i castori sono attirati sempre più a nord, con le loro dighe creano laghi, e questi facilitano ancora di più la fusione. Senza contare gli effetti degli incendi, sempre più frequenti con la temperatura che sale.

NUOVI VIRUS e VECCHI INQUINANTI. Oltre alla materia organica il ghiaccio può conservare per lungo tempo anche sostanze inquinanti, o perfino esseri viventi come batteri e virus. Uno studio condotto fra 2005 e 2015 su carote di ghiaccio del nord-ovest del Tibet, per esempio, ha rinvenuto 33 gruppi di virus, di cui 28 del tutto sconosciuti alla medicina moderna e di origine antica (il ghiaccio datava fino a 15.000 anni fa). L’epidemia di vaiolo (30-35% mortalità) che colpì la Siberia negli anni 90 e che uccise il 40% della popolazione intorno al fiume Kolyma, scaturì da cadaveri infetti sepolti fra 1700 e 1800 e tornati alla luce a causa della fusione. Nel 2016, sempre in Siberia, un’infezione da antrace (20% mortalità) colpì decine di persone e uccise un adolescente e circa 1000 renne; di nuovo, la colpa fu di cadaveri di renne infette esposti dallo scioglimento. Fra le sostanze artificiali, invece, c’è sicuramente il micidiale pesticida DDT, ritrovato in numerosi ghiacciai e acque di fusione delle Alpi, del Canada e dell’Alaska.

Corrente del Golfo

CARENZA D'ACQUA. Anche se, messi insieme, i ghiacci coprono il 10% delle terre emerse, sono quelli che custodiscono il 75% dell’acqua dolce sulla Terra. Specialmente nel caso dei ghiacciai montani, l’acqua di fusione stagionale è quella che alimenta i fiumi e ricarica le falde acquifere, e che quindi può essere usata in agricoltura e negli impianti idroelettrici (il 70% dell’acqua dolce è usato nell’irrigazione). Un caso per tutti è quello dell’Himalaya, dove i suoi ghiacci alimentano 7 grandi fiumi (Gange, Indo, Brahmaputra, Mekong, Irawaddy, Salween, Yangtzee), sostengono il 65% dell’agricoltura in India, e quindi alimentano circa 2 miliardi di persone. Che succede, allora, se questi ghiacciai scompaiono? Succedono danni all’agricoltura, ripercussione sull’alimentazione, e quindi povertà, malnutrizione, malattie, conflitti e migrazioni di massa.

CORRENTI OCEANICHE e CLIMA. Il caso più esemplare degli effetti delle Correnti Oceaniche è quello della Corrente del Golfo del Nord Atlantico: trasporta acqua calda e salata dal Golfo del Messico verso il Polo Nord, e da qui trasporta acqua fredda e più dolce verso il Sud Atlantico. In questo processo, col calore o il freddo che rilascia, contribuisce a riscaldare l’aria del Nord Europa e raffreddare quella di Canada e Stati Uniti, a tal punto che, in inverno, anche se sono alla stessa latitudine, a Londra capitano nevicate occasionali, mentre nella penisola del Labrador si toccano punte di -40°C. Però, a causa del riscaldamento degli oceani e di sempre più acqua dolce disciolta dai ghiacciai, l’intensità della Corrente si è ridotta del 5% solo dal 2008, mai stata così lenta negli ultimi 100 anni. Se le cose non cambieranno, la riduzione potrebbe salire a 11-32% da qui al 2100, e allora il clima mite dell’Europa sparirà, ne avremo una spaccata in due estremi con un Nord con inverni rigidissimi e un sud che diventerà tropicale. E, per dirla proprio tutta, correnti più calde sommate a una banchisa che si ritira, significa più ghiacci raggiunti da queste correnti e quindi maggiore scioglimento.

LIVELLO DEL MARE. Al livello del mare globale contribuisce l’espansione termica dell’acqua, dovuta al suo riscaldamento (per un 30-35% nel 21° secolo), e la fusione dei ghiacciai sia polari che montani (15-35%). I ghiacciai montani hanno contribuito con una media di 0.54 mm/anno fra 1901 e 1990, passata ad una di 0.83 mm/anno fra 2005 e 2009. L’Antartide ha fornito 0.25 mm/anno fra 1993 e 2005, 0.42 mm/anno fra 2005 e 2015, e quindi un totale di ca. 8mm al livello del mare fra 1992 e 2017. La Groenlandia è passata invece da 0.07 mm/anno nel 1992-1997 a 1.32 mm/anno nel 2012-2016, per un totale di ca. 10mm in più fra 1992 e 2018. Nel complesso, quindi, solamente i Poli hanno contribuito con ca. 2cm in appena 25 anni, e il tasso di innalzamento del mare è passato da 1.44 mm/anno nel 20° secolo a 3.3 mm/anno attuali.

È già successo in passato? Certo, come nel caso delle glaciazioni. Circa 22.000 anni fa, al picco dell’ultimo intervallo glaciale, il livello del mare era di circa 130m più basso di oggi, ed è cresciuto fino a circa 2000 anni fa raggiungendo i livelli pre-industriali; da allora, si è mantenuto un aumento costante di ca. 0.07 mm/anno (che è come dire 14cm in 2000 anni). Ma, per colpa delle attività umane, solo nell’arco del 20° secolo è cresciuto di 19cm e, avanti di questo passo, le proiezioni future della IPCC parlano chiaro: da qui al 2100, un aumento di 26-55cm in uno scenario a emissioni più basse, 52-98cm in uno a emissioni elevate. Uno scioglimento completo dei Poli significherebbe +7m dalla Groenlandia e +58m dall’Antartide; che questo succeda nell’arco di questo secolo è improbabile ma, come si è già detto, già la Groenlandia potrebbe perdere il 20-40% di volume in 400 anni con le emissioni attuali, e allora vorrebbe dire un +1.4 – 2.8m; in Antartide, solamente il Ghiacciaio Totten ha un potenziale di 3.5m.

Ora, dato che si parla di “centimetri”, a molti può sembrare poco, ma è lo stesso errore che si fa con l’effetto serra: se, a livello globale, la temperatura cresce di 1°C, a livello locale può crescere molto di più, e questo perché tanti fattori giocano insieme. Col livello del mare è lo stesso discorso, perché globalmente oscilla intorno a uno stesso valore, ma localmente può essere molto diverso: temperatura, salinità, pressione atmosferica, maree, eventi ciclonici, vari parametri delle Correnti, anomalie gravitazionali date dalla densità delle rocce del fondale; sono tutti fattori che, a livello locale, rendono il livello del mare più alto o più basso della media. In certe zone come il Nord Europa la crosta terrestre è interessata dal rimbalzo post-glaciale, cioè un sollevamento della crosta dovuto alla scomparsa delle calotte dell’ultima Età Glaciale, per cui risentono meno di un aumento di livello. Ma certe zone come Olanda, New Orleans, Jakarta, o molte aree di delta di fiume fra Africa e Asia subiscono la subsidenza, cioè un abbassamento della crosta, e questo per colpa di troppa urbanizzazione, prelievo di acqua per l’irrigazione o estrazione di combustibili fossili. Ecco perché le stime dell’IPCC parlano di un aumento di livello che, nel 21° secolo, interesserà il 95% dell’oceano e il 70% delle coste: pochi “centimetri” in più, e in certe zone si può parlare di “metri” sia per il livello del mare che per l’arretramento della costa.

Quali danni comporta tutto questo? Erosione delle coste e scomparsa di habitat. Porti e strade sommersi. Siti di interesse culturale e turistico distrutti. Produzione agricola compromessa per colpa di acqua salata che inquina le falde di acqua dolce, come sta già succedendo su Nilo, Mekong e Fiume Rosso. Ma, soprattutto, teniamo presente che il 60% della popolazione vive in aree che sono entro 100km dalla costa e 10m sul livello del mare. Rischiano di finire sott’acqua metropoli da milioni di abitanti come Miami, New York, Shangai, Bangkok, Mumbai, Londra, Amsterdam, Alessandria d’Egitto, Osaka o Rio de Janeiro. A rischio anche intere isole come le Fiji, le Tuvalu, o le Salomone; l’arcipelago delle Kiribati ne ha già perse due, quello delle Maldive tre e, mentre tutte le altre rischiano di sparire nell’arco del secolo, già dal 1997 si è dovuto iniziare a costruirne una artificiale, Hulhumalé, per spostare circa 240.000 persone.

Tutti quanti, tutti insieme, tutti i giorni, possiamo impedirlo

L’avanzamento e il ritiro dei ghiacci, con tutto quello che comporta, è un fenomeno ciclico e naturale, ma il ritiro che stiamo osservando oggi di naturale non ha proprio un bel nulla. Come ho già spiegato, se non fosse per le attività umane dovremmo andare incontro ad un raffreddamento globale, non un riscaldamento. Durante l’Emiano, l’ultimo intervallo interglaciale prima del nostro (130.000 – 115.000 anni fa), i processi naturali portarono a far salire il livello del mare di 6-9m, perciò basta fare due conti per capire che i processi umani stanno inducendo un cambiamento più forte e più rapido di quelli naturali (con tasso costante, 19cm/100 anni = 28.5m/15.000 anni); e vorrei ricordare che, tutte le volte che nella storia della Terra i mutamenti sono stati troppo rapidi, la conseguenza è stata un’estinzione di massa. In più, per l’appunto, questo cambiamento è indotto da noi, il che significa che, volendo, possiamo anche evitarlo o invertirlo.

Il momento di agire, però, non è domani, e nemmeno il mese prossimo o l’anno dopo. È oggi. I ghiacci della Groenlandia, fra 2013 e 2019, hanno seguito lo scenario peggiore elaborato dalla IPCC nel 2013, mentre l’Est Antartide, una volta ritenuto molto stabile, ha iniziato a mostrare segni di cedimento; ecco perché, nel corso degli anni, le stime future sul livello del mare sono aumentate. I processi naturali hanno spesso effetti a lungo termine, e infatti si dà già per certo che, se anche le emissioni dovessero cessare del tutto in questo secolo, uno scioglimento e un aumento di livello del mare significativi ci saranno comunque. Perciò, vogliamo forse che la situazione peggiori? Qualcuno sì, tant’è che multinazionali o interi Paesi stanno già approfittando dei ghiacci che spariscono per aprire nuove rotte navali, esplorare nuove zone di pesca, ed estrarre nuovi combustibili fossili. Ma molti altri, per fortuna, non lo vogliono.

C’è chi costruisce barriere naturali o artificiali, o chi cerca di evacuare centinaia di migliaia di persone alla volta in altri luoghi. C’è chi si ingegna per creare varietà di colture resistenti all’acqua salata, o chi fertilizza il mare aperto per ripristinare le barriere coralline. Oppure, qualcuno che copre i ghiacciai con teli in geotessile per rallentare la fusione. Tutte tecniche che una loro efficacia possono anche averla, ma per motivi pratici o economici non sono applicabili ovunque, e soprattutto sono un palliativo, delle false soluzioni che agiscono sul sintomo invece che sulla causa. Me esistono anche quelle vere, quelle che spettano a Istituzioni e grandi aziende, e soprattutto quelle che possiamo operare tutti noi.

I combustibili fossili e le biomasse, per esempio, devono lasciare il passo alle fonti rinnovabili; nel frattempo, noi possiamo scegliere mezzi di trasporto elettrici, preferire mezzi pubblici, biciclette o i nostri piedi quando è possibile, abbonarsi a un gestore che usa fonti rinnovabili e consumare in maniera intelligente (LED, elettrodomestici a basso consumo, evitare lo stand by, ecc…). Gli inceneritori devono chiudere i battenti e l’economia circolare deve sostituire il grosso di rifiuti e produzione da zero; intanto, noi possiamo impegnarci nella raccolta differenziata, e cercare il più possibile di riutilizzare sacchetti e contenitori, e acquistare prodotti sfusi o senza imballaggi in plastica. L’agricoltura e l’allevamento di tipo intensivo, che generano inquinamento e distruggono foreste, devono lasciare il posto ai metodi sostenibili, e noi li possiamo finanziare acquistando prodotti biologici ed ecologici. Insomma, tutti noi abbiamo fra le mani il potere di accelerare o fermare tutto questo. Basta scegliere da che parte stare.


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